L E T T U R E


Articolo di Mario Grella

La lunga conversazione tra I. B. Siegumfeldt, professoressa di letteratura all’università di Copenhagen e Paul Auster, ripercorre e approfondisce i temi toccati dal grande scrittore americano nelle sue opere a partire dalla celebratissima Trilogia di New York.
Autore complesso, ma soprattutto sfuggente, Paul Auster racconta con le parole altre parole, dando anche a questa lunga intervista-conversazione, un senso di incompiutezza e di difficile collocazione.
Non è facilissimo trovare autori la cui materia letteraria siano le parole stesse, Auster, lacaninano convinto, pratica l’esercizio della ricostruzione del mondo attraverso le parole, un mondo fatto di sentimenti, temi e circostanze assolutamente concreti, ma che possono vivere o tentare di farlo solo a partire dalla parola, benché, come ricorda Auster, vi sia una insanabile “crepa tra la parola e il mondo”.

Questa convinzione lo porta a dubitare fortemente che esista un potere taumaturgico della parola o meglio esiste fino al momento in cui si pratica attivamente la scrittura, ma viene a cadere subito dopo.
Tanti i temi toccati e che la Siegumfeldt, con l’aiuto di Siri Hustvedt, moglie dello scrittore, riunisce in gruppi tematici: il linguaggio e il corpo, la parola e il mondo, spazi bianchi, ambiguità, dismissione, clausura, oggetti abbandonati, prospettiva narrativa, coppie maschili, America, esperienza ebraica.
Auster non è un autore facile, ma soprattutto, non è un autore che sazia, del resto è lui stesso a non farne mistero quando afferma che “…più scrivevo più capivo che quello che omettiamo è importante tanto quello che inseriamo (…), in altre parole, non bisogna dire tutto…”.
Tutto questo non può che prendere origine proprio dalle teorie di Jacques Lacan e da tutta la riflessione post-strutturalista e la sua riflessione sulla incapacità umana di percepire il mondo in sé, ma di poterlo fare solo attraverso la mediazione del linguaggio che ne lascia sempre trasparire le ambiguità ed una certa necessaria incompletezza. Ma la bellezza della scrittura di Auster sta proprio tutta in questa costante inafferrabilità che nemmeno la professoressa Siegumfeldt (intervistatrice, spesso troppo protagonista), riesce a domare. Grande profondità di pensiero, lettura complessa, ma che sa restituirci il senso del limite e della incapacità umana di esaurire il mondo attraverso il linguaggio.
Mi piace ricordare qui le parole di Umberto Eco: “Una volta Nabokov disse che divideva la letteratura in due categorie: i libri che avrebbe voluto scrivere lui e i libri che ha scritto davvero. Nella prima categoria io ci metto i libri di Paul Auster…”