Iosonouncane – Roma pausa soundcheck

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Intervista di Sabrina Tolve, fotografie di Rachele Baglieri

Io e Rachele arriviamo all’Init con discreto anticipo. In realtà siamo puntuali, ma come spesso e volentieri succede a Roma, ci troviamo all’inizio del soundcheck, invece che alla fine.
Facciamo una chiacchierata con i presenti, ma nemmeno vogliamo distrarli dal loro lavoro.
Attraversiamo la sala vuota e ci spostiamo sui divanetti all’esterno. Io fumo una sigaretta, mentre lei fa qualche foto di prova.
Attendiamo entrambe Iosonouncane, al secolo Jacopo Incani, che ci raggiunge alla fine del soundcheck. Sono passate le 20, e io gli chiedo se non voglia cenare prima.
Lui risponde con un deciso no.


Ha modi affabili e si mostra subito gentile e disponibile, tanto che l’ansia e il nervosismo che mi avevano attanagliata fino a qualche minuto prima, vanno via, lasciandomi sola con la curiosità di conoscere questo artista geniale. Ci accomodiamo e iniziamo l’intervista, prima di essere interrotti da gente di passaggio.
Quindi ci spostiamo su una panca in fondo, per parlare tranquilli. E in quaranta minuti di conversazione e confidenze, e risate, questo è quel che ci ha detto.

Hai iniziato a fare musica da giovanissimo, se non erro hai iniziato a far parte degli Adharma a diciassette anni. Quanto è cambiato Jacopo da allora ad oggi?
È cambiato tantissimo. Pensa che a quattordici anni ascoltavo pochissima musica, mentre mia sorella, che è più piccola, ne ascoltava tantissima. Ascoltava cose molto interessanti per l’epoca, e a poco a poco iniziai anche io, grazie a lei. I primi due album ascoltati, e che a volte sento ancora, sono i primi due degli Oasis. Molto devo anche al mio professore d’inglese delle medie che mi passò tantissima musica. Ho iniziato con gli Oasis, i Radiohead, i Verdena e i primi Muse negli anni del liceo, ma col tempo ho iniziato a farmi passare musica da persone che almeno io reputo autorevoli, sono andato a cercarla, a studiarla. Posso ascoltare Guccini e musica elettronica. So che sembra strano, ma per me non c’è differenza, sono ascolti assolutamente alla pari.
Questo, per quel che riguarda quant’è cambiato Jacopo musicalmente. Io, nel frattempo, sono cambiato moltissimo. Mi ha cambiato vivere a Bologna, studiare cinema, mi ha cambiato lavorare quattro anni al call-center, mi hanno cambiato 3 anni e mezzo di tour, e recentemente mi ha cambiato l’incontro con un poeta, Manlio Massole, di Buggerru, il mio paese in Sardegna. Lui è stato insegnante prima e minatore dopo. Lui è davvero un poeta notevole, e le nostre chiacchierate durante la lavorazione dell’album sono state illuminanti.

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A proposito di cambiamenti, sembra che molto sia cambiato anche nell’esperienza propria di Iosonouncane. La macarena su Roma e Die sono molto diversi. Il primo affronta tematiche completamente differenti, eppure nelle scorse interviste hai tenuto a precisare che probabilmente Die è un disco più politico de La macarena su Roma perché in questo album c’è forte il rapporto tra uomo e vivente. Se pensiamo alla politica come all’organizzazione della città e all’uomo come animale sociale, stride la crisi di un uomo solo e in lotta con la vita, la natura, la fatica del lavoro.
Quanto, effettivamente, credi che l’esistenza di un solo essere umano sia essenziale nell’economia di un tessuto politico e sociale?

No, non so rispondere a questo tipo di domanda, ma so dirti esattamente perché, dal mio punto di vista, Die è molto, molto più politico de La macarena su Roma. Non è solo girando intorno al termine o specificandolo in questo modo che volevo arrivare al punto, non si tratta di dialettica, ma di poetica. Credo che troppo spesso si scambi la cronaca, o l’attualità, con la politica. La macarena su Roma voleva essere solo un ritratto di quello che succede quotidianamente, e se la mettiamo su questo piano, cosa dovremmo dire? Che è un’opera più politica de Il vangelo secondo Matteo di Pasolini? Non credo proprio. Un’opera diventa politica quando sposta l’asticella culturale, l’orizzonte critico di un determinato gruppo di persone. E per fare questo, non puoi che tentare di fare un’opera vera, che guardi all’uomo e a quello che sente, al modo in cui interagisce con quello che ha intorno. In questo senso, sicuramente, Die è più politico de La macarena su Roma. Ha un messaggio completamente diverso. È la storia di essere morenti, o viventi come dici tu. Le due cose vanno necessariamente a braccetto, non sono e non possono essere l’una senza l’altra. In questo modo, diventa parte di una cultura, e in questo modo diventa politica.

Rispetto a La macarena su Roma è molto cambiato anche il tuo approccio al testo. A livello stilistico-testuale, hai scarnificato il verso e l’hai ridotto all’osso. Ti sei aggrappato a parole chiave di cui hai cambiato spesso e volentieri il significante. Questo cambio stilistico è avvenuto in corso d’opera, quando già lavoravi di sottrazione sugli appunti, o avevi già deciso di comporre così?
Credo che valgano entrambe le cose.
Mentre componevo la musica, in Tanca, ad esempio, cantavo sempre della parola «sole», nonostante la cupezza musicale. La stessa cosa è successa con Stormi. Lì, invece, avevo sempre l’immagine dello «stendermi al sole». Ho giocato parecchio col significante, dici bene, perché mi rendevo conto che spostando le parole e creando ordini diversi all’interno del testo, cambiava radicalmente il senso della parola.
Ma inizialmente non capivo nemmeno io perché facessi un lavoro simile. Poi ho studiato e letto tantissimo, in quel periodo. Camus, Steinbeck, tutto il ciclo di Pavese sulla morte, e quindi La terra e la morte, in cui le parole si rincorrono continuamente, ma cambiano anche loro all’interno dei testi. Poi ho letto tantissimi autori sardi: Salvatore Satta, Sebastiano Satta, Giuseppe Dessì, Gavino Ledda, per citarne qualcuno. Probabilmente è stato illuminante Manlio Massole. Gli parlavo del disco e delle immagini che avevo, e ad un certo punto io gli ho detto che sapevo che c’era quest’uomo in mare. Ma non sapevo, ecco, non sapevo se l’uomo in mare fosse già morto o fosse ancora vivo. E lui, senza esitazioni, mi ha detto “Questo è bene non la sappia neanche tu.”.
E adesso, se dovessi spiegarti anche le virgole, di Die, potrei farlo tranquillamente.

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Oltre al bellissimo lavoro fatto sui testi, la fusione dei vari stili musicali è davvero straordinaria. Come ti è venuto in mente, ad esempio, di unire i canti a tenore sardi con la musica elettronica? Sei stato ispirato da qualcosa?
È successo in maniera molto istintiva subito dopo aver scritto Tanca. Avevo i miei strumenti e ho provato a registrare su delle campionature la mia voce. Avevo solo il basso. Il pezzo è partito e quando l’ho riascoltato mi sono reso conto che nell’architettura del brano, c’erano già i tenores. Anche se ancora non c’erano realmente. È una parte della mia cultura. Come ti dicevo prima, per me è normale attingere, in qualche modo, a quel che è mio. E sento mie le tradizioni della mia terra, come i tenores, e la musica elettronica nello stesso modo.

Correggimi se sbaglio: si pensa che il basso dei tenores sardi tenti di imitare il muggito del bue. Mi fa sorridere che sia fortemente presente in Tanca e che quest’ultima richiami in modo particolare Mandria. Sicuramente perché sono le due canzoni corali, ma voglio chiederti: qual è la tua visione del bestiame? Che ruolo ha? È una sorta di coro greco?
Esattamente. Però è qualcosa a sé stante. Ti spiego: avevo l’immagine dei buoi, di tutti questi buoi vinti del sole, che cadono e muoiono, senza motivo. In parte è simbolico, per quel che riguarda il morente di cui ti parlavo prima. E poi avevo questi versi di Sebastiano Satta in mente: «Preparate le falci/ e dite il canto della mietitura!», che sono i versi finali de I morti di Buggerru, dedicata all’eccidio del 1904 (l’eccidio avvenne durante uno sciopero a cui avevano preso parte circa duemila minatori: l’esercito sparò sui manifestanti uccidendone quattro e ferendone undici, ndr). Oppure pensavo a Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, un testo meraviglioso. C’è un brano in cui si parla della Madonna Nera, «Questa Madonna nera è come la terra; può far tutto, distruggere e fiorire; ma non conosce nessuno, e svolge le sue stagioni secondo una sua volontà incomprensibile.» Anche la mandria ha le sue ragioni, ma sono ragioni incomprensibili.
Sai, per me è naturale parlare e discorrere di certe cose. Vengo da una famiglia di pescatori e minatori.
Sono cresciuto con queste immagini perché le ho vissute. E in più, parlando di buoi, mandrie e coltivazioni, per me è naturale pensare automaticamente anche alla miniera. Il termine tecnico per l’estrazione all’interno della miniera si chiama coltivazione. Ed è assurdo se pensi che non si coltiva niente, che è un’operazione completamente diversa, che non è vita. La coltivazione in miniera non è vita, non c’è niente di vivente. Ma in qualche modo, dentro di me, è tutto connesso.

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Cambiamo un po’ argomento. Musicalmente si dice – si dice, eh – ci siano tantissime influenze in Die, dai Pink Floyd a Battisti di Anima Latina. Come ti approcci a tutto questo? Ti dà fastidio o ti senti realmente influenzato da qualcosa e/o qualcuno?
Ma sai, in un certo senso penso sia normale cercare dei paragoni o dei parallelismi tra quello che si ascolta e quello che si è ascoltato. La musica è un linguaggio vero e proprio e ha un insieme di segni per farsi comprensibile, quindi credo non ci sia niente di male a cercare influenze nella mia musica.
Ovviamente non ci penso, non è quello il mio pensiero quando compongo. È normale attingere, ma credo lo si faccia in maniera in qualche modo inconsapevole.
Poi ci sono dei paragoni cui non avevo pensato, e che mi fanno piacere. Senza alcun dubbio.
Altri cercano influenze dove non ce ne sono affatto, e mi viene un po’ da ridere perché mi chiedo dove peschino certe cose.
Ma in linea di massima, ringrazio per l’attenzione, ecco. Mi sembra anche una questione di educazione. (ridiamo, ndr)

Ho letto che per Die hai raccolto tantissimo materiale, tantissimi appunti, tantissimi arrangiamenti… cosa credi che ne farai?
È vero. Non so cosa farne, penso piuttosto a fare qualcosa con tutte le foto fatte durante la lavorazione del disco, che con la musica. Le cose scartate non sono state scartate perché non mi piacessero, ma perché non rientravano nella struttura dell’album, che era definita e precisa, almeno nella mia testa, già dall’inizio.
Onestamente non so che farne, anche se oggi, venendo in auto, abbiamo ascoltato qualche arrangiamento. Il discorso è che compongo musica in pochissimo tempo. Potrei comporre tutti i giorni, anche se viaggiando ed essendo in tour è assai complicato. Diverso è per i testi. Per i testi ci metto molto tempo. Credo di aver composto in breve tempo solo due canzoni, Giugno e Il corpo del reato. Giugno in una mezzoretta, di getto, per Il corpo del reato mi ci sono volute un paio d’ore. Ma sono casi eccezionali.

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Si dice che ci sia anche del materiale in sardo. È vero o è una leggenda?
No, è una leggenda. In Die sono presenti solo tre parole sarde: die, appunto, che vuol dire giorno. Tanca, che è un perimetro recintato in cui pascolano le greggi. Infine c’è schiassa. Schiassa all’interno del testo non è verbo ma sostantivo, ed è la schiuma del mare sugli scogli, quando il mare è un po’ agitato. Questo è tutto quel che c’è di sardo all’interno di Die.

Iosonouncane è ormai sinonimo di qualità assoluta per quel che concerne la ricercatezza testuale e musicale. Sei pronto per conquistare il grande pubblico?
(Ridiamo e molto, anche. Ndr) Sono pronto ad assalirlo! A parte gli scherzi, sai, questi anni sono stati difficili per me. Quando abbiamo formato gli Adharma, il clima che si era creato era quello di condivisione di qualcosa. Invece con La macarena su Roma è cambiato tutto. In giro per l’Italia da solo, carico come un asino, aspettando i treni alla stazione e sperando che arrivassero. Ho dormito in posti assurdi per suonare un po’ dovunque, e comunque mi sono ritrovato ad avere tutto questo tempo per me solo. E ho riflettuto, ho riflettuto tanto. Mi sono chiesto spesso se quello che stavo facendo fosse giusto, per me. Ho dovuto prendere necessariamente una pausa e sono tornato a zappare la vigna con mio zio, a cantare con lui durante il lavoro, a rivivere la mia terra.
E mi sono reso conto che avevo ancora moltissime cose da dire, che non è vero che sono solo le grandi città a poter dire qualcosa di sensato, ma che il ritorno alle origini, alle proprie radici, ti fa capire esattamente chi sei. Perché tu sei la tua terra ed è questa certezza profonda a permetterti di andare per mare. E ho capito che potevo ancora scrivere qualcosa di buono.

Ho letto che volevi essere divinizzato, o qualcosa del genere. E Die ha avuto tantissime critiche positive.
Ci sei riuscito, quindi?

(Ridiamo ancora, e tanto. Ndr) Vorrei spiegarla questa cosa! Insomma. Quel che voglio dire con tutta questa storia è molto semplice. Quando ho composto La macarena su Roma, sapevo che avrei avuto qualche speranza di non morire propriamente di fame. In quel momento c’era una forte attenzione su certe tematiche, e in un qualche modo sapevo che sarei stato ascoltato. Non mi aspettavo che andasse bene com’è andata, però, questo è certo.

Domanda di chiusura: a che punto del tuo percorso credi di trovarti?
Credo di essere al 30%. So che posso fare tante altre cose, che mi manca un buon 70% da colmare. Poi, non so come. Potrei anche fare un disco tra altri cinque anni, questo non lo so. Ma so che c’è ancora tanto da poter fare. Posso fare molto molto di più.

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Ci salutiamo cordialmente, e Jacopo va via. Io e Rachele rientriamo in sala in attesa de I nauti, che apriranno il concerto.
E succede la cosa inaspettata, ma tipica della vita della sottoscritta. No, perché voi non lo sapete. Ma la mia vita è tutta una serie di eventi straordinari che mi mettono in crisi e che per forza di cose io devo superare: dopo pochi minuti, il mio cellulare si resetta completamente, facendomi perdere l’intera intervista e altri moltissimi dati.
Panico: mi sento Dino Campana alle prese con i Canti Orfici, quindi passo dieci minuti buoni ad appuntare tutto quello che ricordo e a riscrivere le risposte a memoria. Bentornato nervosismo.
A fine concerto rivedo Jacopo e gli racconto quel che è successo.
Quindi un po’ a memoria, un po’ aiutata da lui – l’ho già detto che è una persona disponibile e gentile? -, sono riuscita a riscrivere l’intera intervista.
Rendiamo grazie a Jacopo per l’ennesima volta.
Ora capite? Ecco.

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