Unòrsominòre: un brontolone con la chitarra elettrica

Postato il Aggiornato il

Articolo di Eleonora Montesanti

Un nuovo disco di unòrsòminore, Una valle che brucia, è stato una vera e propria folgorazione per la sottoscritta. Cantautorato asciutto e contenuti tutt’altro che rassicuranti sono il mezzo tramite cui Emiliano Merlin – vero nome dell’artista veneto, che oltre ad essere cantautore è anche astronomo – racconta la propria verità, unendo sfumature sia poetiche, sia violente, proprio come accade nel mondo reale. Intervistarlo è servito per entrare ancora più profondamente nel disco, ma non solo. Abbiamo parlato di animali, della vastità dell’universo, di demoni e di eroi. Buona lettura!

Emiliano, ti ricordi se c’è stato un momento preciso in cui hai capito che la musica avrebbe avuto un ruolo così importante nella tua vita?
Che bella domanda! No, non lo ricordo, la musica è sempre stata importantissima per me; a 4 anni urlavo Il Carrozzone di Renato Zero a squarciagola per le vie di Verona, a 10 anni registravo cassettine in cui cantavo i successi del momento in inglese maccheronico, a 14 anni ho comprato la prima chitarra classica per suonare i Queen e ho iniziato a cercare di scrivere canzoni, e a quanto rammento in tutti questi casi già mi immaginavo impegnato in qualche modo a suonare anche da grande. Credo di avercela avuta nel sangue da sempre, la musica; mio nonno era musicista, polistrumentista autodidatta, e i miei genitori hanno sempre ascoltato tante cose belle, quindi è stato naturale viverci accanto e dentro, respirarla e capirla. Niente riesce a toccarmi altrettanto nel profondo, ed è sempre stato così, da quando ho memoria.

Tra l’uscita del tuo ultimo disco, “Una valle che brucia” (accompagnata dall’EP “Analisi logica”), e il precedente “La vita agra” sono passati cinque anni. In un tempo in cui si tende a produrre molta musica senza aspettare quell’urgenza comunicativa che dovrebbe essere vitale, com’è fare meno / fare meglio?
Eh, oltre ad attendere l’urgenza comunicativa si deve anche destreggiarsi tra auto dal meccanico, bollette, dentista, traslochi e altre amenità; aggiungi otto ore di lavoro al giorno, e cinque anni passano in fretta. Ma proprio per questo è doveroso attendere di poter fare bene e non pubblicare solo perché si è abituati a farlo, il pubblico se lo aspetta, o si ha paura di venire dimenticati. La musica, l’arte meritano rispetto, non le puoi fare a scadenza o per forza. Ma poi mica c’era la fila a aspettarmi eh 🙂 ho potuto prendermela comoda senza far arrabbiare nessuno.

Quel che ti voglio chiedere, più precisamente, è: come ti trovi nel mercato musicale italiano?
Non mi trovo! Non c’entro nulla col mercato in generale, e tantomeno con quello musicale italiano. È proprio un altro sport. Io scrivo canzoni, che c’entra il mercato? Oggi ho scoperto l’ennesimo trapper che fa due milioni di visualizzazioni su YouTube, io sono un vecchio brontolone con la chitarra elettrica, è proprio un mondo diverso. Non solo non mi interessa, ma anzi mi infastidisce immaginare di essere accostato a “tutti questi piccoli cantanti senza idee” che popolano le bacheche di Facebook dei giovani, e non solo.

Qual è il fil rouge, tuo, personale, che unisce i brani che compongono “Una valle che brucia”?
All’inizio pensavo proprio di volerlo evitare, un fil rouge; lo avevo già voluto per il precedente “La vita agra”, e non volevo ripetermi. Alla fine credo sia un po’ emerso da solo; l’ho percepito ascoltando le canzoni una dietro l’altra durante il mixaggio, mentre cercavo la tracklist giusta, e penso sia la violenza. In tante forme: quella dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sugli animali, della natura sull’uomo… La vita è violenza in tanti suoi aspetti, anche l’amore spesso è violenza, e non intendo solo nei casi di violenza fisica. E alla fine, ci aspetta la morte. Brindiamo?

Il mio pezzo preferito è quello che apre il disco, “Il demone meridiano”. E’ un pugno nella pancia, senza filtri né rassicurazioni. Qual è la sua storia?
Filtri e rassicurazioni non fanno proprio per me e cerco di evitarli in tutti i miei testi… Demone è stato un parto complicato; avevo da tempo il giro di accordi e l’idea sonora, ma a lungo sono rimasti senza un testo, perché sapevo già che il brano avrebbe aperto il disco – aveva il vestito sonoro più adatto per farlo – sentivo la necessità di individuare le parole giuste per lo scopo. Lo provammo in versione strumentale già nel 2015 con la mia band (Michele De Finis, Mauro Rosati, Jonathan Maurano), è uno dei primi ad aver preso forma… e uno degli ultimi ad essere concluso. Credo che i versi iniziali “È un tempo perfetto per vivere da idioti” siano un buon incipit, un modo sensato di iniziare il disco.

E chi sono i tuoi eroi?
Il working title di “Canzone di Alekos” era Canzone degli eroi, credo la risposta stia lì: i miei eroi, oggi, sono tutti quelli “noti o sconosciuti” capaci di sacrificare sé stessi per un ideale, per una lotta civile, o anche solo per non cedere a un ricatto. Alekos Panagulis, Lelia Perez, Jàn Palach e Giancarlo Siani, che cito nel testo, sono solo alcuni esempi; molti di più ce ne sono, “noti o sconosciuti”, a cui dico “grazie e chiedo scusa per tutto”. Ma forse tu ti riferivi al verso di Demone, “noi ormai siamo vecchi più di tutti i nostri eroi”: beh, lì più candidamente pensavo ai miei eroi di gioventù, i musicisti di Seattle o Che Guevara che fossero – ora sono più vecchio dell’immagine che conservo di loro, “gli eroi son tutti giovani e belli” cantava un maestro.

Un altro pezzo importante è “Mattatoio”. Crudo e doloroso, certo, ma proprio per questo terribilmente necessario. La musica per te è anche un modo per veicolare la voce dei più deboli?
Ti ringrazio di darmi l’opportunità di parlarne, “Mattatoio” è fondamentale per me. Sì, la musica e l’arte possono anche adempiere a questa funzione sociale. Ricevere qualche messaggio da parte di chi ha ascoltato il brano, o altre mie canzoni, e mi ringrazia perché lo ha aiutato a capire e fare una scelta, per me è l’unico premio che conta davvero. Nel merito, io credo con tutto me stesso che “esser gentili con chi è alla nostra mercé” sia “l’unico esame morale”, come ho estrapolato da Milan Kundera; e che imparare a non abusare del più debole, chiunque sia, per quanto diverso sia – un altro essere umano meno fortunato, o con la pelle di un altro colore, ma anche, con un passaggio in più, un altro essere vivente qualsiasi, magari con un diverso numero di zampe – debba essere il passaggio più importante e necessario della nostra evoluzione etica come esseri umani. Il fatto che tante persone che si definiscono e si credono progressiste non riescano a fare questa connessione cognitiva e siano invece in prima linea a minimizzare, quando non osteggiare, la lotta per i diritti degli animali, come se difendere gli abusi della propria specie ai danni delle altre non fosse solo una ulteriore, e più basilare, violenza del più forte sul più debole, è triste e deprimente, fa tanta rabbia. Spero che le cose cambino presto.

Hai scelto di inserire un animale nel tuo nome d’arte. Perché l’hai fatto? Com’è la tua relazione con gli animali?
Beh, proprio da “Mattatoio” credo si intuisca: Sono animalista, vegano, antispecista, ma il nome l’ho scelto quando la mia coscienza in tal senso non era ancora formata, in effetti… L’orso nel mio nom de plume è una metafora del mio carattere un po’ ombroso, e un riferimento al mio mestiere di astronomo. Però sì, ora sono contento di avere anche nel nome un animale. Non soddisfatto, ho messo un animale anche sulla copertina di “Una valle che brucia”… vivo con due gatte (il terzo micio, il mio adorato Satana, se n’è andato un anno fa), ho sempre avuto cani e gatti vicino a me, sono una compagnia di cui non saprei fare a meno e che mi ha insegnato tanto, in molti ambiti differenti.

“Breve considerazione sul cosmo” è un brano con una visione più ampia e vasta, che ci riduce a piccoli puntini che fanno parte di un disegno universale. Per assurdo, l’ho trovato l’unico momento di rassicurazione all’interno del disco, anche se suggerisce un fallimento come unica soluzione di rinascita. Tanto come umani abbiamo già fallito, vero?
E’ una interpretazione molto saggia e la sposo. In tanti, quando parlo un po’ delle vastità del cosmo di cui mi occupo per lavoro, dicono che ne sono spaventati. Io ho sempre trovato rassicurante scoprire che siamo pulviscolo infinitesimale in un Universo inconcepibilmente grande: ci solleva da responsabilità troppo enormi da sopportare, ristabilisce una proporzione più sensata del nostro dolore e delle nostre fatiche. E dovrebbe anche farci riflettere su quanto siano ridicole le faide, le guerre, gli abusi che continuiamo a perpetrare, invece di vivere senza preoccupazioni questi attimi misteriosi di auto-coscienza che in qualche modo ci sono concessi. Quindi sì, questo nostro ineluttabile fallimento non è così importante, in un’ottica cosmologica: siamo un niente, che ci siamo o non ci siamo non cambia nulla, per l’Universo nel suo insieme. [Esistono teorie interessanti secondo cui non è necessariamente così, chi fosse interessato mi scriva e mi chieda 🙂 ]

Prima della – meritata, siamo d’accordo – auto-estinzione dell’umanità, cosa c’è nel presente e nel futuro di unòrsòminore?
Nel presente lotte sindacali, concerti coi miei side-projects con cui mi diverto a suonare belle canzoni altrui, progetti di vita che prevedono decrescita, meno stress, tanti animali e un po’ di musica. Del futuro non si può sapere, oggi ci siamo domani chissà, e se anche ci saremo chissà come sarà il mondo intorno a noi. Dieci anni fa avremmo mai immaginato che avremmo passato le giornate a fotografare pietanze e postarle su un social network?

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