Il superpotere di Psicantria: trasformare la musica in psicoeducazione, la diversità in ricchezza.

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Articolo di Eleonora Montesanti

Il progetto Psicantria (Psicopatologia cantata) nasce dalla collaborazione tra Gaspare Palmieri – psichiatra e cantautore – e Cristian Grassilli – psicoterapeuta e cantautore – e ha la finalità di far conoscere i disturbi psichici e lo “psicomondo” attraverso la canzone.
Neuropsicantria infantile, il loro ultimo progetto, uscito in formato cd+libro nel novembre 2017, raccoglie diciassette canzoni sui disturbi psicologici e relazionali dei bambini, scritte con la perizia cantautorale di chi sa plasmare parole e musica unendo precisione clinica, poesia e leggerezza.
L’effetto è quello di un disco a più voci, un autentico concept album dove non prevalgono mai i tecnicismi clinici ma l’umanità di chi, bambino o genitore, ha bisogno di una strada da percorrere per vivere meglio.
Ci è sembrato assolutamente necessario saperne di più su questo progetto così peculiare e così meraviglioso. 

Quando è nato il progetto Psicantria? Ovvero, perché siete diventati degli psicosongwriters?
Entrambi scriviamo canzoni dall’adolescenza e abbiamo i nostri progetti cantautorali solisti. Ci siamo incontrati circa dieci anni fa presso la Scuola Bolognese di Psicoterapia Cognitiva, abbiamo deciso di provare a scrivere canzoni che parlassero del nostro lavoro e di quello che chiamiamo “psicomondo”, che può essere un bacino interessante entro cui trarre ispirazione per scrivere canzoni. 

Neuropsicantria infantile è una raccolta di 17 brani sui disturbi psicologici e relazionali dei bambini. Ci raccontate qual è il vostro approccio nello scrivere canzoni?
Spesso partiamo da un’idea su un argomento specifico che riguarda la psicologia o la psichiatria. Può essere raccontare la storia di una persona che soffre di un determinato disturbo, una storia di chi cura il disturbo o ci è capitato addirittura di scrivere una canzone su una tecnica terapeutica (“Mai dire mindfulness”). C’è un mondo molto ricco e articolato che ruota intorno a chi si occupa del disagio psichico o lo vive in prima persona, che ha una serie di caratteristiche che possono essere raccontate a nostro avviso anche usando l’ironia e l’autoironia. Altre volte scriviamo canzoni più personali e decidiamo di inserirle tra gli altri brani perché ne sentiamo il bisogno, perché sono attinenti al tema del disco. In questo ultimo lavoro è successo ad esempio con “Ti ho regalato un invito” o “Mondo meraviglia”.

Il vostro disco – accompagnato anche da un libro più teorico ed esplicativo – è poetico, ironico e leggero. Inoltre, secondo me, ha un superpotere: sa trasformare la diversità in ricchezza, senza lasciare nessuna traccia di pietismo e buonismo. E’ questo uno dei vostri scopi? Ce ne sono altri?
Grazie per il superpotere!!! Sicuramente uno dei primi scopi che ci hanno animato in questo progetto è stato quello di scrivere canzoni che potessero contribuire nel loro piccolo a ridurre il pregiudizio e lo stigma nei confronti di chi soffre di disturbi psichiatrici. Il pietismo e il buonismo non sono nelle nostre corde, sicuramente l’ironia lo è maggiormente, cerchiamo a volte di rendere in un certo senso “simpatici” i personaggi che raccontiamo e in questo modo anche le malattie di cui soffrono fanno meno paura. Cerchiamo inoltre di raccontare nelle canzoni il lato più umano delle storie cliniche.

Da balbuziente fin dall’età di 8 anni (ora ne ho 29), mi sento particolarmente toccata da questo disco, specialmente dal pezzo intitolato “Simone Tartaglione”. Mai nessuno aveva dedicato una canzone alla balbuzie. In maniera così empatica, poi… Quanto è importante, per voi, mettervi nei panni degli altri?
Beh, crediamo che l’empatia sia alla base di ogni relazione di aiuto e in particolare della psicoterapia. Cerchiamo di metterci nei panni di chi cantiamo e talvolta ci facciamo aiutare da persone che hanno esperienze più dirette in certi ambiti. In “Simone Tartaglione” ci ha aiutato l’amico cantautore Alberto Bertoli che è anche logopedista e ha un’esperienza quotidiana con questo tipo di problemi.

Credete che la musica possa davvero andare oltre lo scopo ricreativo e diventare un modo per migliorare la comprensione di quello che ci circonda, soprattutto se si tratta di psicopatologie personali che la società non dà modo di conoscere davvero (ma che riguardano molte persone)?
La maggior parte delle nostre canzoni hanno anche una finalità psicoeducativa. Ogni testo viene lungamente meditato per questo. Anche quando scherziamo un po’ e siamo più “leggeri” cerchiamo sempre di raccontare qualcosa che abbiamo appreso dai nostri studi o dalla nostra esperienza clinica, quindi sono autentiche. Abbiamo tante testimonianze di colleghi e pazienti che si sono riconosciuti nei nostri brani e li hanno trovati utili. A volte gli studenti li usano per attività didattiche.

Le vostre canzoni parlano di autismo, abuso, disturbo dell’attenzione, mutismo selettivo, integrazione, depressione post partum, … In questo inno all’imperfezione, ci sono dei brani tratti da storie vere?
Diciamo che la maggior parte delle storie traggono ispirazione da incontri avvenuti nella nostra pratica clinica con persone affette dalle diverse forme di disagio. Alle nostre impressioni cerchiamo di aggiungere concetti derivati da quello che abbiamo studiato e talvolta ci viene in aiuto anche la nostra fantasia.

“Neuropsicantria infantile” non è il vostro primo disco. In passato avete fatto un’operazione simile riguardante il mondo degli adulti. Vi va di raccontarcelo?
Il primo disco psicantrico è del 2011 ed è uscito sempre libro CD “Psicantria, manuale di psicopatologia cantata” con prefazione di Francesco Guccini, con cui poi abbiamo avuto l’onore di collaborare al suo ultimo cd di inediti scrivendo la canzone “Notti”. Questo libro/cd comprende brani che raccontano di disturbi alimentari (“Jessica l’anoressica”), disturbi dell’umore (“Il cowboy bipolare”, “Cara depressione”), dipendenze, disturbi d’ansia, etc. Nel 2014 è uscita “La Psicantria della vita quotidiana: fenomeni psicosociali cantati” dove abbiamo affrontato nelle canzoni tematiche sociali come il bullismo, la famiglia allargata, i nativi digitali e molti altri.

Avete dei progetti di musica live? Cioè, fate anche dei concerti?
Sì, da fine febbraio avremo una serie di date di presentazione sia in librerie che in locali, soprattutto tra Modena e Bologna. Di solito usciamo in formazione acustica accompagnati da Lorenzo Mantovani. Tra febbraio e marzo avremo anche alcune date con la band al completo, con i musicisti che hanno suonato nel disco.

Parlando di musica, il disco contiene moltissimi generi musicali. Quali sono i vostri artisti preferiti?
I nostri riferimenti nello scrivere sono senza dubbio i cantautori più “classici” come Guccini, De André, Gaber. Dei più recenti ci piacciano sicuramente Capossela e Brunori.

C’è qualcosa riguardo a Psicantria che ci tenete particolarmente a raccontare e che non vi hanno mai chiesto?
Anche se qualcuno ce l’ha già chiesto ci piace sempre parlare un po’ dell’uso delle canzoni in ambito terapeutico. Da alcuni anni conduciamo gruppi di ascolto e di songwriting con i pazienti psichiatrici, in questi contesti la canzone da ascoltare o da comporre insieme si rivela sempre un facilitatore prezioso per esprimere i propri vissuti, ha un effetto risocializzante e stimolante. Le canzoni sono piene di risorse e non finiremo mai di ringraziarle!

 

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