“La musica fa parte della mia vita praticamente dalla nascita ed è nutrimento essenziale quotidiano come qualsiasi altro elemento necessario al mio corpo e alla mia mente per non morire.”

Citiamo questa frase di Simone Nicastro da un suo recente, interessante, articolo (potete leggerlo qui) come necessario presupposto alla nostra consueta classifica di fine d’anno. Nello stilare l’elenco dei 50 album più rappresentativi del 2018 lo hanno guidato innanzitutto la curiosità e la mente aperta. Inutile dire che sono le caratteristiche che noi di Off Topic apprezziamo maggiormente. In questo elenco c’è tanto nuovo, tanti giovani che spesso ci hanno stupito molto positivamente. Non ce ne vogliano i passatisti nostalgici, quelli “che il rock è morto nel 1969”, quelli che rinunciano a comprendere il presente. Nessuna pretesa di esaustività o oggettività, la musica non è una scienza esatta, casomai un’emozione che ci colpisce a suo piacimento. Spazio quindi al confronto, perché la musica è viaggio, conoscenza, scoperta e stupore!

Il nostro augurio per il 2019 è che non vi fermiate alla vostra comfort zone, alle certezze del conosciuto, ma abbiate la voglia di rischiare! Siate curiosi e fatevi stupire. Buon Anno!

(La redazione)

50° Miglior album 2018: Raffaella De Stefano – Un Atlante Di Me

A dicembre, come ogni anno, sono qui a stilare la mia personalissima classifica dei migliori album dell’anno appena trascorso. L’avvertenza è sempre la stessa: i criteri utilizzati sono solo la densità dei miei ascolti, le sensazioni provate, valutazioni qualitative e contestuali, simpatie e antipatie, la bellezza assaporata giorno dopo giorno. Ricordi fotografati oggi per tenerli stretti negli anni a venire. E non avrei potuto immaginare un miglior inizio con il ritorno sulle scene di una delle artiste a me più care: sembrano lontani gli anni dei Madreblu, ma la carriera di Raffaella non si è mai fermata, ha solo rallentato un poco per curare ancora più finemente le sue raccolte di canzoni, tesori personali elegantemente architettati dalla sua voce morbida, da una indietronica sopraffina e, in più di un caso, rifiniti dalla poesia della tromba. Veramente un inizio splendido.

49° Miglior album 2018: Tamino – Amir

Ti chiami come il protagonista de Il Flauto Magico e paragonano la tua voce a quella di Jeff Buckley; belga di origine egiziane, hai solo 21 anni e ti senti a tuo agio in egual misura tra le acustiche cantautorali e le orchestrazioni più malinconiche, mentre le tue parole cantate non disdegnano il dolore e le troppe difficoltà del vivere un presente complesso, sentimentalmente e universalmente. Le affinità elettive (Radiohead 90’s, Beirut e “l’arabian sound” vecchia scuola) si riscontrano immediatamente all’ascolto del tuo album d’esordio Amir e ovviamente le aspettative si innalzano fin da ora vertiginosamente. Intanto però godiamoci con la giusta attenzione un’opera prima di gran lusso. Il seguito alla prossima, Tamino.

48° Miglior album 2018: Interpol – Marauder

Lo so che quando si parla di post punk e in generale di new wave l’opinione nei miei confronti è che io sia poco oggettivo. Del resto siamo circondati ovunque da persone/personaggi che urlano continuamente la loro oggettività su cosa e quale musica si dovrebbe innalzare a discapito di tutto il resto. Io, almeno per il mio piccolo orticello, ammetto alcune preferenze soggettive. Questo solo per dire che ovviamente tratterò sempre gli Interpol con maggiore accondiscendenza che, per dire, dei Muse qualunque. Questo però non vuol dire che la consistenza artistica dell’ultimo lavoro di Banks e soci non sia effettivamente di ottima fattura, tra tentativi riusciti di aggiornamento della loro scrittura ad alcuni veri e propri salti quasi festosamente psych/funky rock. Poi se ci infilano dentro anche una Stay In Touch da pelle d’oca non ho proprio altro da chiedergli.

47° Miglior album 2018: Cristalli Liquidi – Cristalli Liquidi

Cristalli Liquidi è il side project del dj veneziano Gugliemo Bottin. Uscito negli ultimi giorni del 2017, l’album ha avuto il suo naturale percorso nel corso del 2018, tra un consistente apprezzamento della critica nostrana e un buon riconoscimento di pubblico, pur rimanendo sempre in ambito di cult sotterraneo. Motivo questo di un certo “sorriso” da parte mia: come ho avuto modo di segnalare nella recensione del disco se esiste una scena musicale italiana, oltre alla tradizione lirica e napoletana, che ha avuto un riconoscimento e successo a livello internazionale è proprio la italo-disco, qui splendidamente rivalutata, stratificata e culturalmente innalzata. Le cover a farla da padrone sono puri “gioielli rubati” ri-arrangiati e le inedite non sfigurano minimamente nel confronto. Una esegesi sonora che sa in fondo di ermeneutica dance. Ah gli anni 80.

46° Miglior album 2018: Wye Oak – The Louder I Call, the Faster It Runs

Mutare, arricchirsi, conquistare derive trasversali, riconnettersi, fare memoria e poi avanzare. Andy Stack e Jenn Wasner sono alla ricerca di una dimensione intelligent pop dove le carezze folk convivono con la sintetica dei Pet Shop Boys, la trasversalità del maestro Gabriel e orchestrazioni 70’s. Probabilmente i Wye Oak si interrogano, ogni volta che entrano in studio, su dove tutto questo li porterà: per quanto mi riguarda quest’ultimo lavoro è il loro migliore fin qui realizzato e non ha niente da invidiare ad album di artisti più benvoluti e sulla bocca di tutti (senza far nomi, St. Vincent). Grazie per questa tappa del viaggio ragazzi.

45° Miglior album 2018: The Orielles – Silver Dollar Moment

In diversi “lidi”, durante questo 2018, è scoppiata l’ennesima diatriba tra i “rocker” (e non solo) su una giovane band che sta ottenendo un ottimo successo di pubblico pur sembrando la copia esatta di un’altra band (sapete quelle da “autentico rock”, sacre e intoccabili). Personalmente l’argomento non mi ha mai fatto un baffo e, per esempio, il fatto che nel debutto dei The Orielles (due sorelle e un amico, tutti intorno ai vent’anni) si sentano palesemente gli echi britannici delle chitarre riverberate da jangle pop rock, gli influssi psichedelici dei fine 60 e certe quadrature ritmiche post punk, non mi ha tolto neanche un grammo del piacere di averli incontrati, assimilati e soprattutto canticchiati in tutti questi mesi. Anzi la mia unica reazione è stata nutrire la speranza che crescendo questi ragazzi diventino ancora più consapevoli del loro talento e mi regalino opere di sempre maggiore spessore. Del resto io “rocker” non lo sono mai stato fino in fondo. Anzi.

44° Miglior album 2018: Tunng – Songs You Make At Night

La mia collezione di dischi è ricca di artisti che in un modo o nell’altro non hanno mai avuto una esposizione rilevante, soprattutto paragonati all’accessibilità della loro proposta musicale, almeno per come la vedo io. I Tunng sono sicuramente tra questi e anche quest’anno si sono confermati mirabili nel rinverdire la loro folktronica senza scadere nei formalismi e le pateticità che spesso il genere riscontra. Sempre in bilico tra atmosfere rarefatte e piacevolezze catchy, la raccolta scorre via che è una delizia, lasciando sempre quel sentore di confortevole atmosfera in cui volersi riavvolgere al più presto. Menzioni d’onore per la doppietta Flat Land e Nobody Here.

43° Miglior album 2018: Siberia – Si Vuole Scappare

Sono sincero: il primo album dei Siberia mi era proprio sfuggito. E in tutta sincerità credo che mi sia andata bene conoscere la band livornese proprio con questo secondo album: Si Vuole Scappare è quell’insieme di canzoni umorali, nervosamente radiofoniche, testualmente ammirevoli e decisamente consapevoli della grande tradizione sonora a cui appartengono. E poi se canti con quella voce oscura e potente, il mio cuore non riesce proprio a non sussultare ad ogni ascolto. 9 brani, 9 perle di una delle realtà più interessanti di un paese che non smetterà mai di perdersi e ritrovarsi tra la nebbia e la notte scura della wave inglese. Per lo meno finché io avrò fiato (ma so di non essere solo).

42° Miglior album 2918: Sofi Tukker – Treehouse

In questi ultimi anni sono molti coloro con cui mi trovo spesso a discutere di album, artisti, epoche e gli altri argomenti inerenti e sviscerabili. Quasi tutti quelli con cui mi trovo il più delle volte in disaccordo o, addirittura, mi fanno prudere le mani (figurativamente) hanno una riverenza accentuata verso un rinomato critico musicale, celeberrimo per le sue sfuriate verbali, i giudizi tranchant, l’implicita e già per questo buffonesca onniscienza del buon gusto e la capacità di irritare anche un prete benedettino in clausura. Ecco verso di lui nutro una repellenza non solo intellettiva ma fisica. Per lui i Sofi Tukker sono gli Aqua (si quelli di Barbie Girl) di oggi. O per lo meno possiedono lo stesso valore d’interesse. Dovrebbe bastarvi solamente questo per ascoltarli e divertirvi follemente nel caleidoscopio electro/pop/dance della coppia newyorkese. Del resto è già da un bel po’ che ritengo il ballo sfrenato e strafottente il miglior insulto verso i sempre più numerosi “critichini” dei social/quartiere.

41° Miglior album 2018: Courtney Barnett – Tell Me How You Really Feel

Diciamocelo subito: il mondo che segue ancora l’industria discografica con passione e curiosità si aspettava già il capolavoro dalla Barnett, vuoi per il livello del suo primo lavoro pubblicato, vuoi per gli attestati di stima e ammirazione da chiunque nell’ambiente rock che (ancora) conta. La verità è che questo Tell Me How You Really Feel capolavoro non lo è, ma non per questo può passare in sordina come un po’ si è cercato di farlo transitare. Gli alti sono sicuramente più dei bassi, la verve slacker è intatta, le chitarre performano il giusto incalzando la vivacità ritmica e la voce ubriacante snocciola senza veli le sue verità esperienziali. E nei momenti più zuccherosi poi sale in cattedra la intatta capacità della nostra di attrarre l’attenzione di tutti gli ascoltatori possibili. Capolavoro non è, ma ce ne fossero di album di tale fattura, Courtney!

40° Miglior album 2018: Tracey Thorn – Record

Un’artista che invece per il sottoscritto di capolavori ne ha fatti (suoi e anche solo con dei feat.) ed eccome è Tracey Thorn, tornata quest’anno con un disco solista che abbraccia nuovamente quel sound electro/pop anni 80/90 che tanto gli è debitrice nello sdoganamento che ebbe proprio allora a livello mondiale. Record è un album avvincente e squisitamente contemporaneo nel suo essere retro pop, in bilico tra tentazioni dancefloor e armonie cantabili, puntualmente organico ad una delle voci più intense che esista nel panorama internazionale degli ultimi 40 anni. Tracey per me è come “la casa” a cui tornare sempre e sentirmi sereno, amato e protetto. Queen!

39° Miglior album 2018: The Soft Moon – Criminal

Luis Vasquez non si ferma più. La sua creatura The Soft Moon, passo dopo passo, sta dipingendo uno dei quadri più inquietanti, febbrili, urticanti e squisitamente dark dell’ultima decade discografica. Le reminiscenze gothic si tingono di pennellate shoegaze senza perdere mai tensione ed EBM nel loro strutturarsi e procedere verso i propri obiettivi. La voce, presente/assente, canta e recita ossessioni e confessioni, alimentando la claustrofobia empirica e conducendo l’ascoltatore in luoghi oscuri e decisamente affascinanti. “I’m so cold I should split to wash away all the shame. Drowning in my own spit cuz I conquered my sinfulness. Born like this. No more of it”.

38° Miglior album 2018: The Good, The Bad And The Queen – Merrie Land

Nessuno può negare la bulimia produttiva di Damon Albarn, sempre pronto a spaziare da un progetto all’altro,  in alcuni casi senza lasciare neanche il tempo per una sedimentazione appropriata. In questa frenesia si insinua anche il ripescaggio del super gruppo The Good, The Bad And The Queen (Albarn, Simonon, Tong e Allen) in stand by dal lontano 2007. Inutile dire che il mondo è cambiato (e molto), ma la capacità dei nostri di immergersi nell’Inghilterra post Brexit per un racconto amaro, esistenziale e, questa volta, ben poco ironico, lascia in qualche modo poco spazio all’immaginazione e alla spensieratezza. L’immersione dei quattro storici artisti si contraddistingue in questa seconda prova di arrangiamenti da piccola orchestra multiforme ed efficace, elegantemente lenta e ritmicamente oscillante. Damon gioca ancora di più del solito con la sua double face da pop singer e crooner, impegnandosi sui diversi e sentiti messaggi dei brani, supportati anche dalla scelta affascinate di rappresentare tutte le canzoni con videoclip incentrati su un burattino come protagonista assoluto. Bel ripescaggio, Damon.

37° Miglior album 2018: Francesca Michielin – 2640

Francesca Michielin le ha combinate proprio tutte per essere oggetto dell’indisponente qualunquismo di quella frangia di itali(oti)ani che pensano di saperla più lunga degli altri. Ha vinto un talent alla tenera età di 16 anni, è arrivata seconda al Festival di Sanremo alla sua prima partecipazione (indubbia vincitrice morale), si permette addirittura di studiare al conservatorio, scrive e compone le sue canzoni  con autorevolezza, riesce addirittura a farsi amare da quasi ogni cantante e musicista incontri sulla sua strada. Negli ultimi mesi (anni) è l’artista di cui ho letto la maggioranza di inesattezze, banalità, meschinità, baggianate e pretestuose osservazioni critiche. Lo stesso odioso giornalista di cui scrivevo sopra riesce a infilare cattiverie nei suoi confronti in qualsiasi contesto anche senza un vero e proprio filo logico. Ebbene 2640 di Francesca Michielin è un signor album: lineare e stratificato allo stesso tempo, multiforme con una precisa logica, cantabile ma anche riflessivo senza diventare mai dispersivo. Da un lato fiancheggia la moda dell’ItPop e dall’altro fa memoria del classico cantautorato femminile, spinge in direzione ballabile e poi si autosospende in delicate autoanalisi, suona come le migliori produzioni contemporanee ma non disdegna increspature atipiche. Solo pochi giorni fa, tra l’altro, ho potuto assistere al suo nuovo set live in cui l’autrice rilegge i suoi brani in chiave techno (o meglio IDM): ennesima scommessa vinta a pieni voti. Francesca non è mai dove si pensa di inscatolarla, è già un passo più in là. Nonostante i suoi fan e soprattutto gli imbecil…detrattori.

36° Miglior album 2018: DeVotchKa – This Night Falls Forever

Leggendo delle mie recensioni, report live e anche di questa classifica mi auguro che si comprenda quanto sono legato alla propensione musicale contaminata e gioiosamente spiazzante. Ho i miei generi di appartenenza, ma più gli anni passano e più mi accorgo di cambiare spesso punto di vista, apprezzare risvolti un tempo inaccessibili e appassionarmi lentamente a esperienze che dovrebbero essere in qualche modo estranee al mio percorso critico e umorale. Decisamente una delle band che, in anni non sospetti, a contribuito con vigore a questo lento erodersi di (pre)giudizi costituiti sono i DeVotchKa, con le loro splendide sonorità mediterranee, un gipsy rock fragoroso, melanconico e con ariose aperture orchestrali da sud del mondo. Il nuovo album, il primo da otto anni, li ricolloca lì, nel medesimo spazio del mio cuore dove la meravigliosa voce di Nick Urata sorvola sul medesimo cielo, dalla Penisola balcanica fino all’Argentina, sfrecciando velocemente oppure adagiandosi lievemente a seconda del caso/brano. My Little Despot poi è da sosta obbligata per abbeverarsi di bellezza.

35° Miglior album 2018: Everything Is Recorded – Everything Is Recorded

A volte le troppe aspettative giocano brutti scherzi. Questo è quello che mi è capitato con Everything Is Recorded, il progetto di Richard Russell, da quasi tre decadi capo della XL Recordings, una delle etichette più rilevanti al mondo. Richard ha deciso di scendere in pista personalmente e ha raccolto attorno a sé una serie di artisti che, chi più e chi meno, per il sottoscritto rappresentano delle eccellenze assolute degli ultimi anni. Il problema è che al primo ascolto e a quelli successivi la raccolta mi ha lasciato una sensazione di inappagamento, molta carne a fuoco ma preparata un po’ troppo semplicemente. New r&b come direttiva primaria, atmosfere rarefatte, accenni bebop, incursioni hip hop e eleganze elettroniche. Le voci poi tutte perfette e al posto giusto. Eppure qualcosa non mi convinceva. L’album è stato riposto nello scaffale a prendere la polvere. Per fortuna la vita è sempre più perspicace della nostra testolina e qualche mese dopo casualmente ho assistito ad un mini set live di Everything Is Recorded: inutile dire che tutto è cambiato in qualche minuto e da quel momento la polvere non avuto più il tempo di posarsi sull’album per il suo continuo utilizzo.

34° Miglior album 2018: Jon Hopkins – Singularity

Invece altre volte capita il contrario, un album che appena messo in cuffia ti sembra stupefacente e ritieni di aver scovato il (vero) Santo Graal e poi gradualmente, giorno dopo giorno, ti rendi conto di aver un tantino esagerato. Certo il fatto che collochi Singularity al 34° posto vuol dire che il nuovo lavoro di Hopkins mi è tutt’altro che dispiaciuto, ma in qualche modo il giudizio finale è che gli manchi qualcosa rispetto a quell’Immunity che oggettivamente mi aveva fulminato sulla via di Damasco. Il compositore britannico comunque si conferma maestro nel tessere trame EDM pastorali e notturne tra divagazioni pianistiche/sintetiche e pulsazioni ipnotiche. Spingendo l’ascoltatore ad alzare lo sguardo verso le stelle e rimirare l’incommensurabile estensione del cielo mentre i piedi comunque non riescono a stare fermi. Come è giusto che sia.

33° Miglior album 2018: Weedpecker – III

Compagni di etichetta (e immagino di scorribande) degli Elder, i Weedpecker sono una delle formazioni stoner/psych-rock polacche di maggior successo, soprattutto dopo un riconoscimento qualitativo quasi unanime di questo III, terzo long palying della loro carriera, come facilmente intuibile dal titolo. Solo cinque brani per poco più di 40 minuti dove risulta veramente difficile interrompere l’ascolto prima della fine durante le capaci e preziose evoluzioni delle chitarre elettriche, limpide e immaginifiche con chiari rimandi alla grande stagione 60’s/70’s, ma senza le stucchevoli e inutili espressioni tecniche fine a sé stesse. L’energia divampa in molte parti dell’album pareggiando i momenti di poetica intima e liquida con la voce sempre immersa e strumentale al contesto ancestrale. Imperdibili per fans dei primi Porcupine Tree e Tame Impala e ovviamente tutta la scena psichedelica. Molto curioso di conoscere quali saranno i prossimi passi di questo talentuoso quartetto.

32° Miglior album 2018: Ratafiamm – Tourist You Are The Terrorist

I Ratafiamm sono, come ripeto sempre e ovunque, un caso più unico che raro nel panorama discografico italiano. Lo sono sempre stati e quest’ultimo album, l’album del ritorno dopo un bel po’ di anni vissuti dal duo in progetti differenti e separati, ne ha solo confermato questa caratteristica. Di status purtroppo perennemente carbonaio hanno allargato il loro spettro sonoro ad una elettronica umana avvolgente e funzionale ai loro tipici arrangiamenti di chitarre/voci, tra un folk scheletrico e un pop rock sentimentale. I testi, squarci realistici e dolorosamente empatici, trascinano l’ascolto al canto anche magari non emettendo suoni dalla bocca ma impossibilitati a non riconoscersi in tutta questa verità. Come dicevo in fase di recensione, Tourist You Are The Terrorist è un album semplicemente bellissimo. Ascoltatelo in silenzio e con la giusta attenzione, ne diverrete anche voi semplici seguaci.

31° Miglior album 2018: Neneh Cherry – Broken Politics

Parto da un pensiero semplice semplice: non credo che Neneh Cherry sia in grado di realizzare un album banale e superficiale. Troppo talento e troppa consapevolezza di cosa sia la musica nella sua essenza, storica e contenutistica. Broken Politics riparte da dove il discorso si era interrotto, lo stupendo Blank Project: la matrice è ancora un trip hop aggiornato al nuovo millennio con declinazioni jazzy, ritmiche downtempo e virate elettroacustiche su cui il timbro della cantante si fa caldo e trascinante, anche dove il flow si introduce dolente e carico di riflessioni sociali e squisitamente politiche. La Cherry ci tiene a far sentire la sua voce e illustrare il suo sguardo personale e lucido su temi quali l’immigrazione, la concessione dei diritti e altre questioni spigolose all’ordine del giorno nei dibattiti pubblici. Nel suo minimalismo Broken Politics è in realtà un piccolo scrigno di trovate e soluzioni da scoprire piano piano e congratularsi ancora una volta con Four Tet per il lavoro fondamentale e soprattutto di cesello.

30° Migliore album 2018: A Perfect Circle – Eat The Elephant

Mentre leggo che a quanto pare persone come il sottoscritto fanno parte di una massa superficiale e bulimica negli ascolti con inoltre la colpa consequenziale di aver facilitato in questo modo l’industria discografica a concentrarsi su canzoni e prodotti musicali non curati, di facile presa e con poco valore artistico, mi trovo a dire due parole veloci sull’agognato ritorno della seconda band più famosa al mondo di Maynard James Keenan (la prima non fatemela scrivere!). In molti sono rimasti spiazzati da Eat The Elephant, probabilmente poco memori di come la band abbia sempre fatto della trasformazione una carta vincente e differenziante. Immagino che molti si aspettassero un ritorno hard, proto metal se non addirittura a rinverdire tutta la rabbia anni 90. Invece il lavoro si muove per sottrazione, preferendo dinamiche rallentate, i no-climax e le mirabili velleità vocali del cantante. Più Cure e meno alternative rock. In alcuni momenti gli A Perfect Circle questa volta addirittura lambiscono territori pop(ular): magari è proprio questo che ha pianificato l’industria musicale per la massa 2018! Io ringrazio sentitamente e resto in attesa anche dell’altro ritorno previsto per il 2019.

29° Miglior album 2018: Blood Orange – Negro Swan

Lo dico da anni ormai e le mie scelte (i miei ascolti) lo testimoniano praticamente ogni volta: l’r&b e tutto l’universo che ci gira intorno è l’ambito in cui mi trovo ormai più a mio agio (insieme ad una certa elettronica minimal che infatti si sposa spesso a queste produzioni). Uno di quelli che sembra non volere sbagliare un colpo è proprio Dev Hynes che, con l’alias Blood Orange, è ormai giunto al quarto album: immerso nell’estetica black dei vari Jackson, Wonder e Rodgers riesce comunque a non rimanere prigioniero di cotanta grandezza, svincolandosi in anfratti modern pop, licenze hip hop e arrangiamenti misurati al millimetro per non risultare pedanti. Gli amici presenti a volte rubano la scena (scelta voluta) e l’insieme brilla davvero di una coesione di intenti contenutistici (la continua rappresentanza del popolo afroamericano e lgbt) e formali (16 brani per altrettanti quadretti contemporary soul). Il consiglio poi è, se riuscite, di andarlo a vedere in concerto: ancora indimenticabile per me il set che vidi al Magnolia di Milano qualche anno fa.

28° Miglior album 2018: Nothing – Dance On The Blacktop

Io i Nothing li adoro. Non ritengo abbiano innovato alcunché, suonino meglio di altri, abbiano particolarità veramente distintive, siano una macchina da guerra live (forse questo si in realtà). Eppure la loro maniera di far risultare normale un muro di rumore bianco attorno a melodie rock di altri tempi mi fa impazzire. Certo poi c’è anche la brutale sincerità di Domenic Palermo su quanto disastrosa sia la sua vita e quanto difficile sia risalire “la china” ogni singola mattina. Ma il senso della mia adorazione risiede in questo mix riuscitissimo di veemenza e dolcezza che ogni singola canzone libera. Anche questo Dance On The Blacktop conferma quanto appena descritto, spingendo forse ancora di più sul contrasto shoegaze e le caramelle pop/grunge. Emozioni autunnali/invernali dalla periferia di Philadelphia.

27° Miglior album 2018: Cosmo – Cosmotronic

Dopo l’uscita de L’Ultima Festa nel 2016 sentenziai che Cosmo era il meglio che fosse capitato alla scena pop italiana da tanti anni a questa parte. Non so se Marco Jacopo (cioè Cosmo) abbia letto le mie parole (dubito) ma per in parte smentirmi ha deciso che la sua nuova collezione di canzoni avrebbe spinto ancora di più sul versante dance/house, presentandosi addirittura come album doppio e con diverse soluzioni prettamente da discoteca pura. Detto questo, anche in questo Cosmotronic si riscontrano almeno tre brani “spaziali” (Sei La Mia Città, L’Amore, Quando Ho Incontrato Te) e, la mia preferita, una Animali da repeat continuo a tutto volume. Le influenze in Cosmo sono tutte filtrate e rielaborate secondo una spiccata personalità e sensibilità che, vedendo il sempre maggior riscontro di pubblico di ogni fascia di età, sembrerebbe dargli ragione su tutta la linea. Ma infondo a me di quest’ultima osservazione poco importa, quel che mi importa è che Cosmo sia in qualche modo anche l’apripista in questa situazione stagnante italiana di un altro modo di concepire la popmusic. Ma su questo so che sono e sarò sempre un povero idealista.

26° Miglior album 2018: Snail Mail – Lush

Qualcuno da qualche parte nel mondo starà di sicuro studiando come mai il numero di ragazze, giovani e giovanissime, che imbracciano la chitarra con dedizione e spirito puramente naif 90’s diventa sempre più cospicuo. Tra l’altro con risultati, in molti dei casi, eccellenti. Vedi ad esempio la diciottenne Lindsey Jordan, aka Snail Mail, che alla sua prima uscita in formato long playing sfodera in 10 canzoni/esperienze quel girl’s sound acustico/elettrico melodico e strafottente che solo una adolescente può esprimere senza pudori e imbarazzi del caso. E proprio come un certo rock ha sempre fatto, Snail Mail direttamente dalla sua camera accende l’amplificatore e se ne frega della sua vocina sottile e la ripetitività delle “scale” utilizzate, ma si dichiara come la ragazza che alla festa della scuola non balla, si veste come capita e sa che la ragazza di cui è segretamente innamorata non la noterà. Fino a quando per caso scoprirà qualche suo demo in cui sono rinchiuse tutte le strazianti ed esagerate emozioni dell’epoca bellissima e terribile che tutti abbiamo vissuto. Forse sarà amore, forse no. Ma le canzoni resteranno. Si, proprio queste canzoni qua.

25° Miglior album 2018: Yves Tumor – Safe In The Hands Of Love

Probabilmente questo 25° posto appartiene alla produzione che più ha vissuto in questo 2018 di hype e “spremilemeningi” su cosa diavolo sto ascoltando. Difficilmente in Safe In The Hands Of Love non si ravvisano incursioni musicali che non abbiano rappresentato negli ultimi cinque anni segni distintivi di prestigio, critico e di successo. Solamente che in questo caso i vari frammenti si intersecano e si sovrappongono all’interno della stessa canzone senza apparentemente logica o senso di continuità, aumentando in maniera parossistica il senso di straniamento e di assuefazione. E proprio come le sostanze da dipendenza ci si ritrova ad ascoltare sempre più spesso e con piacere sempre maggiore un album che probabilmente incarna alla perfezione questo momento storico: sperimentazione ebm, screziature ambient, rap periferico, r&b attitudinale e costrutti noise/punk. Fino ad arrivare improvvisamente ad un senso di equilibrio nel disequilibrio, stupendosene felicemente. Tanta roba Yves!

24° Miglior album 2018: Ex:Re – Ex:Re

Ok in questo caso sto giocando sporco. Quest’album è uscito da pochi giorni e sono abbastanza sicuro di non aver ancora tutti i dettagli al posto giusto per un giudizio chiaro o per lo meno tendente al corretto (corretto sempre per me si intende). Ma Ex:Re gioca in casa perché Elena Tonra è la forza vitale e autoriale dietro uno dei progetti che più mi emoziona, quei Daughter di cui non posso fare a meno da anni ormai. Ex:Re è il suo nuovo progetto solista e pur presentando elementi in comune (chitarre malinconiche, andamenti compassati, squarci elettronici ed ovviamente la sua meravigliosa voce) si distanzia con abbastanza vigore dai Daughter per una scrittura molto più ricca di parole e descrizioni narrative. Elena ha parlato di una sorta di autoanalisi volutamente verbosa e radicale rispetto alle immagini rarefatte a cui ci aveva abituati. Il singolo Romance però mi ha affondato al primo colpo, con New York mi sono arrampicato come coniglio sull’Empire State Building e alle 5AM ho versato le mie lacrime bruciando per il dispiacere. E ci sarebbero anche le altre che in un modo o nell’altro si sono già conficcate nel l’unico posto che per me conta. Conficcate nel mio cuore.

23° Miglior album 2018: Jorja Smith – Lost & Found

Mi fa sempre piacere quando una promessa viene mantenuta, anche quando quella promessa non è stata fatta direttamente a me. Jorja Smith è stata una promessa dal suo primissimo affacciarsi all’industria musicale: 21 anni delle West Midlands, voce immediatamente riconoscibile, subito notata da gente del calibro di Drake e Skrillex e chiamata soprattutto ad una collaborazione dal genio Lamar. Insomma potete immaginare quanto il suo esordio fosse atteso e non posso che ammettere che l’attesa è stata premiata. Non solo capacità vocali ammirevoli ma anche la scrittura dei brani lascia trasparire un innato talento della ragazza che riesce ad esprimersi ad alti livelli sia nell’r&b più classicheggiante che nel pop/soul di nuova generazione. Jorja non sfugge da temi più sociali e “caldi” ma forse da il meglio di sé nei momenti introspettivi dove si scorgono radici illustri quali Lauryn Hill e il suo mito Amy Winehouse. Il consiglio personale è però di allontanarsi il prima possibile dalla comfort zone che in alcuni casi si avverte: probabilmente l’età conta ma questa ragazza può aspirare ad essere molto di più di una promessa mantenuta solo per momentanee e redditizie commercial radio e apparizioni agli Awards TV; basta ascoltare quelle meraviglie di February 3rd, On Your Own e la superba Blue Lights per pretendere solo il massimo da lei.

22° Miglior album 2018: Sons Of Kemet ‎– Your Queen Is A Reptile

Quest’anno Kamasi Washington, pur uscendo con un lavoro pregevole, si è visto superare da sinistra e anche da destra sul suo stesso terreno dal nuovo lavoro dei Sons Of Kemet, in cui il terreno jazz viene continuamente irrigato e rivoltato da piogge dub e reggae, concimi funky e caraibici, sementa hip hop e tribalismi naturali. Your Queen Is A Reptile è una dichiarazione artistica precisa e altrettanto precisa è la sua collocazione politica innalzando le “My Queen” in contrapposizione alla “Your Queen” in cui l’ensemble sente di non essere in nessun modo rappresentato. Rivalutazione delle proprie origini e di nove figure femminili, tutte ugualmente essenziali per questi mirabili musicisti. Indubbiamente uno degli album più importanti di questi 12 mesi, da ascoltare e riascoltare.

21° Miglior album 2018: Costiera – Rincorsa

Altro album disponibile da pochi giorni che però non riesco a togliermi dalla testa. Non riesco perché questi tre ragazzi campani al loro esordio hanno realizzato un lavoro da assoluto guilty pleasure per il sottoscritto. Sono da sempre innamorato del synth-pop melanconico e nostalgico, tastiere che emettono cascate sintetiche su ritmi cadenzati/danzanti e la voce cristallina che veicola qualche emozione di poca importanza o forse la più necessaria di tutte. I Costiera suonano come alcune band che si possono ascoltare ad altre latitudini e longitudini ma che in Italia hanno ben poca rilevanza e diffusione per via dei soliti pietosi pregiudizi e di semplificazioni culturali da quattro soldi. I Costiera invece fanno un ottimo ed elegante pop elettronico, formulato come contenuto e non come “piacioneria” da classifica e soprattutto efficacissimo a insinuarsi nel cervello. Anche per via di testi che giocano con giovanilismi e cliché per fissare immagini che poi così tanto superficiali non sono. Soprattutto se da cantare nelle notti prima di Natale. Che esordio!

20° Miglior album 2018: Mark Lanegan & Duke Garwood – With Animals

La collaborazione tra i due musicisti in questione avanza di un altro episodio, migliorando decisamente il risultato. Del primo capitolo rimangono solo poche scarne idee e tutto il resto viene concepito tenendo conto di una rinnovata visione artistica/cantautorale. Questo secondo aspetto è quello che colpisce maggiormente dell’ascolto di “With Animals”, l’estrema volontà da parte dei due autori di discostarsi da un traditional folk-rock e immergersi in una atmosfera lugubre, densa, ovattata e particolarmente screziata da glitch e percussioni minimal. Immaginandosi una sorta di trip/blues. La straordinaria voce di Mark si tinge di ulteriore drammaticità mentre le chitarre di Duke segnano il passo con misuratissime armonie. Album plumbeo, da processione, sia questo sinonimo di movimento che di dolorosa autoanalisi, in cui niente è lasciato al caso e ogni suono, eco e rumorismo ha un preciso significato, formale e di contenuto. Sinceramente è da anni che non trovavo un Lanegan così ispirato: finalmente un disco degno dall’ultimo dei grandissimi della sua incredibile generazione.

19° Miglior album 2018: Hop Along – Bark Your Head Off, Dog

In queste ore in cui sto scrivendo questa classifica di mie scelte personali sul “meglio” musicale del 2018 è uscito il programma di uno dei Festival più importanti del pianeta, quel Primavera Sound 2019 che verrà ricordato per la scelta di dare per la prima volta la totale parità di presenza numerica tra artisti uomini e donne in scaletta. Non voglio esprimermi sul concetto di base però mi viene da sorridere perché se guardo le mie classifiche degli ultimi anni, questa parità è ampiamente superata, in favore delle donne ovviamente. Come probabilmente lo sarà anche questa del 2018: per l’appunto Hop Along possiede una di quelle voci che mette in crisi, o piace o la odi. Però il suo gusto per le melodie sornioni pronte ad esplodere in ritornelli killer è irresistibile, come le pennellate di elettricità che sorreggono le dinamiche esplosioni della voce e per non parlare degli armonici inserti orchestrali che estendono di diversi colori il mood indie-folk predominante. Un album sopraffino che cresce ascolto dopo ascolto insieme anche grazie all’attenzione che ottengono pian piano tutte le sfumature delle liriche che ai primi ascolti possono essere sfuggite. Proprio brava Frances Quinlan.

18° Miglior album 2018: Patrizia Laquidara – C’è qui qualcosa che ti riguarda

A proposito di donne e in particolar modo di donne italiane, eccomi a scrivere del ritorno di una delle artiste nazionali più sottovalutate dell’ultima decade (qualche anno in più a dirla tutta) non solo per le capacità interpretative fuori dal comune, ma per lo spessore culturale, intellettivo e scenico che ogni suo lavoro, in studio o sul palcoscenico, con sue canzoni o quelle di altri, insomma in ogni occasione che si presenti davanti al suo pubblico, possiede. Patrizia Laquidara è di classe superiore, profondamente coinvolta in una vita dedita all’arte, incapace di fare passi che non siano coerenti con la sua volontà di creare/riproporre/rivalutare qualcosa di bello, poetico e duraturo. Questo nuovo progetto, interamente autoprodotto e finanziato tramite crowdfunding, mette in luce ancora una volta la camaleontica arte di Patrizia nell’essere se stessa mentre è anche qualcosa di nuovo, di dare ancora una volta una voce alla sua “di voce” provando però ad essere anche altre “voci”. Non ho un brano preferito. Sono tutti funambolici e autentici incanti per la testa e per l’anima. Un ritorno prezioso che merita tutta l’attenzione di chiunque abbia il desiderio che la musica si ritagli ancora e comunque un ruolo essenziale nella propria vita.

17° Miglior album 2018: Tirzah – Devotion

Neanche a dirlo anche al 17° posto si trova un’altra artista donna con un album esemplare (e in qualche modo necessario) per gusto e produzione, in bilico tra una downtempo di altri tempi e una ricercatezza di sound tutta contemporanea. Il tappeto sonoro con una simulata immobilità, fatta di lievi esercizi ritmici/elettronici e affabili giri armonici di piano/tastiera e poco altro, solleva l’intimità e il pudore delle affermazioni (domande) dell’autrice. Lo spettro vocale utilizzato da Tirzah varia da una iconica Sade a una elettiva FKA twigs, preferendo una confidenzialità sentimentale e una prossimità esperienziale all’ascoltatore particolarmente sensibile e influenzabile dalla “grazia” in musica. Poche volte la lentezza e il minimalismo  sono stati così spregiudicati nell’avvicinarsi al cuore del proprio pubblico, avviluppandolo in sensazioni appaganti, a volte stordenti ma indiscutibilmente memorabili. Suggestioni queste da perpetrare per molto tempo a venire. O perlomeno fino al prossimo album.

16° Miglior album 2018: The Internet – Hive Mind

Dopo i vari lavori solisti e collaborazioni di rilievo torna il collettivo The Internet con l’ennesimo capitolo di una storia sempre più convincente e destinata a lasciare una impronta indelebile nella concezione crossover della black music dei nostri giorni. La percezione e la rotondità di un certo funky 70’s, l’intercalare hip hop, il soulful analogico, la consapevolezza studio/digital, la giocosa destrutturazione dei brani e la mescolanza celestiale delle diverse voci, maschile e femminile. Brani all’interno di brani in un continuo rimando di aspetti storicamente formali e futuristicamente essenziali, gioco di sponde tra ballad e svolte pop ma sempre suonate, arrangiate e interpretate come Dio comanda. Un album che sembra non chiedere molto e invece ti regala un intero mondo a formato “The Internet”, dove non solo è piacevole viaggiare ma ci si augura di rimanerci molto tempo e aver la possibilità di scoprire sempre nuove terre e altri mari. Cosa che puntualmente, del resto, succede.

15° Miglior album 2018: Any Other – Two, Geography

In Italia in questo 2018 è uscito un album come Two, Geography di Any Other, l’alias di Adele Nigro, una ragazza poco più di ventenne. Permettetemi questa volta di non scrivere nulla. Ascoltatelo. Una, due, tre volte. Se vi capita andata a vederla dal vivo. E poi insultate con orgoglio tutti coloro (i soliti soloni e la loro congrega) che si permettono anche solo lontanamente di dire che la musica nel nostro paese è morta da anni, elencando i loro soliti quattro “eccheppalle” nomi. Perché anche fosse solo per questa collezione di brani saremmo già una nazione tra le migliori al mondo con una artista da tutelare ed elevare ovunque e con chiunque. We are Any Other.

14° Miglior album 2018: Dj Koze – Knock Knock

Stefan Kozalla, ossia Dj Koze, è probabilmente in questo momento il producer in ambito elettronico più celebrato e applaudito da chi non solo di “club” vive. In effetti basta vedere le traiettorie dei sui ultimi lavori per rendersi conto che il sottoscritto sembra avere sempre meno interesse alla ballabilità delle sue composizioni se non in ottica di una forma/canzone che rimandi ad esperienze sensoriali ed emozionali più vicine a l’indie-folk, la sofisticated house e una ambient-techno. Ovviamente il groove e la supremazia ritmica son ben presenti ed essenziali, ma l’attenzione e la cura maniacale del mood principale e delle diverse strutture dei brani è indubbiamente rivolta ad ampliare ulteriormente  “l’audience” ad un pubblico trasversale e attento alle più riuscite contaminazioni pop. A suggellare l’intento (riuscitissimo) si vedano anche i featuring a valore aggiunto quali la cantante Róisín Murphy, il rapper Speech e i sorprendenti cantautori José González e Kurt Wagner. Consigliatissimo.

13° Miglior album 2018: boygenius – boygenius EP

Prendi tre cantautrici dell’ultima generazione che stanno avendo, chi più e chi meno, un plauso importante da parte di critica e pubblico per le loro singole proposte artistiche. Julien Baker, Phoebe Bridgers e Lucy Dacus hanno molte similitudini, umane e musicali, e molte differenze, umane e musicali, però possiedono una coscienza e una concezione ben precisa e articolata di quel che vogliono suonare e cantare. Hanno deciso di provare a realizzare un EP insieme, un EP di sei brani che può essere valutato già come un primo (e speriamo uno di molti) album per la qualità e la complessità espressa. Quel che è uscito dalla sinergia di queste tre anime è qualcosa che, mantiene sicuramente alcuni degli elementi delle carriere soliste, ma raggiunge un suo equilibrio (meravigliosamente) unico, valorizzando l’incisività alt rock di tutte e tre, l’armonizzazione delle differenti personalità delle singole voci, il giusto bilanciamento tra l’elettricità e la natura acustica degli arrangiamenti. Gli elementi testuali trovano un prezioso fine d’intesa e un rigore nella scrittura che potrebbero essere scaturiti dalle vicissitudini e dalle esperienze di ciascuna di loro (e del pubblico). Un esordio discografico non da super gruppo ma da nuovissima band da seguire e apprezzare!

12° Miglior album 2018: Kali Uchis – Isolation

Un po’ come scritto per Jorja Smith (ospite tra l’altro nell’album) anche per la colombiana Kali Uchis le aspettative sul suo percorso musicale sono molto alte e questo Isolation non ha fatto che accrescerle in maniera esponenziale. Siamo di fronte ad un’opera che non permette all’ascoltatore di prendere le misure e di inscatolarla nelle gabbie di genere. Sfruttando una lista di produttori/arrangiatori da capogiro (BadBadNotGood, Two Inch Punch, Damon Albarn e Thundercat tra gli altri) e alcuni feat. di prestigio come Kevin Parker dei Tame Impala e Tyler The Creator, Isolation si dipana in 15 episodi variegati e sofisticati che non hanno paura di giocare con istanze retrò quanto modaiole, trap e old school, r&b e nu soul,  senza dimenticare mai il baricentro sostanziale nel timbro piacevolmente smaliziato di Kali, sempre a fuoco e sensualmente irresistibile. Moltissime le influenze sintetizzate negli episodi presenti, assimilate e personalizzate per la creazione di tutte potenziali hits radiofoniche (o streaming o quelchevolete).  Gli stessi video che accompagnano i vari singoli, tratti dall’album, sono curatissimi e indicativi della capacità narrativa e stilistica di una futura o forse già attuale protagonista dello starsystem mondiale musicale. Ben fatto Kali, almeno per quanto mi riguarda.

11° Miglior album 2018: Riccardo Sinigallia – Ciao Cuore/Filippo Gatti – La Testa E Il Cuore

Come consuetudine mi permetto di scrivere le regole e poi aggirarle con qualche eccezione. Però l’occasione è troppo ghiotta per non farlo: Riccardo e Filippo sono due veri maestri e per molte ragioni, oggettive e personali, li voglio mettere in evidenza insieme. L’arte musicale che hanno creato e diffuso negli ultimi 25 anni in questo paese è enormemente superiore, per qualità e bellezza, di quanto gli è stato e gli viene riconosciuto ancora oggi. Non è luogo questo per ribadire ancora una volta l’elenco imbarazzante di quanti artisti e soprattutto quante opere sono un loro indubbio merito. Loro, amici e colleghi di lunga data non perdono occasione di aiutarsi a vicenda, di confrontarsi, di farsi “regali” e di continuare, quasi in parallelo (anche per i tempi dilatati che si prendono per le loro uscite), a inseguire una idea di musica “leggera” che di leggero ha soltanto la straordinaria capacità di risultare immediatamente amabile, affascinante e popolare. Perché poi ad ogni ascolto invece si scovano dettagli nuovi, particolari sfuggenti, scelte inattese, emozioni impreviste e autentiche. Canto, parole e suoni si intrecciano in pochi minuti di efficiente balsamo per le nostre orecchie e per la nostra intelligenza, avvolgendo quel preciso pezzetto di vita che stiamo vivendo in qualcosa di indimenticabile. Due album in quest’annata che si stagliano, come ogni volta nel loro caso, nella lunga e preziosa storia del cantautorato italiano che in Riccardo e Filippo ormai trova due stelle polari fondamentali e imprescindibili. Ci vediamo sotto i palchi d’Italia.

10° Miglior album 2018: Robyn – Honey

Siamo arrivati in top 10 e infatti qui si trova una donna che le posizioni alte di classifiche di vendita, di apprezzamento e di critica le abita praticamente da quando ha iniziato. Per non parlare di una delle fan-base più fedeli, trasversali e appassionate distribuite in ogni angolo del globo. Ogni nuovo lavoro di Robyn è preceduto da ansia di attesa e con la certezza che saprà conquistare il suo posto tra le altre sue opere. Che dire: Honey ci ha ridato l’artista svedese in splendida forma, pronta a farci ballare ma anche riflettere con tutto il suo campionario di irresistibile electro-songs sviscerate con la consueta classe ritmica, melodica e produttiva. La voce di Robyn non è solo un brand universalmente riconoscibile, ma è il punto di partenza per ogni opzione sonora ricercata e concretizzata, sia questa di attitudine house che di pura minimal-dance senza rinunciare mai alla trasmissione di valori e messaggi cari all’artista. Un album che attrae dal primissimo momento e cresce ascolto dopo ascolto, surclassando ancora una volta moltissime interpreti che da ormai decenni cercano di sottrarre lo scettro ad una delle indiscusse regine della pop-music. Don’t Stop the Music, Robyn. Never!

9° Miglior album 2018: Laish – Time Elastic

Che meraviglia quando scopri un autore o una band che non conoscevi fino a quel momento e che ti sorprende, ti cattura e ti crea assuefazione in brevissimo tempo, nonostante il caos imperante dei nostri giorni. I Laish sono il progetto artistico di Daniel Green, autore e cantante britannico in giro già da una decina d’anni e che finora armeggiava un folk pop lieve e rifinito. Praticamente invisibile fino all’album uscito quest’anno in cui la poetica di Daniel ha deciso di avvalersi di piccoli ma perfetti accorgimenti, stratificando il sound con qualche “battito” in più, con essenziali influssi di elettricità e con qualche sostanziale rotondità catchy. L’intensità lirica non ha mai cedimenti e lo stimolo emozionale è continuativo per tutti i brani in scaletta; come del resto risulta impossibile difendersi dal fascino dell’ombroso timbro del cantante. I Laish, alla loro quarta uscita, pretendono non solo una nuova e concreta visibilità, ma si candidano con vigore a nuovi alfieri di quella immaginifica scuola musicale inglese malinconica, narrativa e deliziosamente dandy. Ognuno pensi ai propri eroi e poi si lasci conquistare da questi (quasi) nuovi paladini.

8° Miglior album 2018: Mitski – Be The Cowboy

Per alcuni (pochi) Mitski nel disco post successo ha deciso di essere meno “indipendente” e compiacere maggiormente i soliti “critichini dalla bocca buona”; per altri (molti) invece ha raggiunto la maturità auspicata. Questa volta mi schiero con la maggioranza (i critichini) e personalmente, pur avendo apprezzato il precedente Puberty 2, ritengo questo Be The Cowboy, non solo il miglior lavoro della songwriter nippo-americana, ma uno dei migliori album di tutto il 2018, a partire da quella perla “già senza tempo” che è Nobody. Ma sono molte le frecce all’arco di Mitski in questa collezione di canzoni chiaroscurali dal minutaggio limitato, ma densissime di quadretti di figure/relazioni femminili e brillanti arrangiamenti obliqui. Il rock lo-fi si accartoccia su veloci orchestrazioni e le tastiere sollecitano con precisione le modulazioni ritmiche, consentendo così ogni volta alla voce di spaziare sulle proprie corde interpretative. Un album semplicemente iconico e musicalmente dinamico senza essere però presuntuoso e fine a sé stesso.  Mitski con  Be The Cowboy avanza decisamente nelle gerarchia delle nuove cantautrici che non temono nessun raffronto con i colleghi maschili e anzi fanno manifesto delle loro peculiarità di musiciste e autrici di rilievo. Molto bene.

7° Miglior album 2018: Riviera – Contrasto

Come ogni anno, quasi in dirittura d’arrivo, ecco mio album italiano del 2018: Contrasto dei Riviera, secondo lavoro in studio della band romagnola che giunge dopo quattro anni dal loro esordio. Contrasto è stata una bomba implosa/esplosa nel quotidiano dei miei ascolti: da anni il mio lento avvicinamento (in tarda età ammettiamolo) a generi quali l’emo e, per fare un altro esempio, il post-hardcore mi fatto incontrare/scontrare con realtà e produzioni a me prima ignote, ma probabilmente questo gioca in favore di un approccio più carnale e meno pregiudizievole. Da solo questo però non basterebbe: i Riviera sono una macchina da guerra nel frantumare le inibizioni, sensoriali ed uditive, e lasciarti in balia delle schegge generate e nello stesso momento sembrano abbracciarti come il più caro degli amici. Le urla e le chitarre schizzano organizzate seguendo traiettorie emotive talmente pure da far leggermente arrossire, le percussioni attanagliano con forza lo stomaco e la tromba, quando accade, eleva gli occhi e il desiderio dal torpore e il dolore in cui a volte si precipita. 8 brani che non lasciano spazio a ripensamenti, a distrazioni ed ogni sorta di possibile barriera: come l’onda, la raffica di vento e il sorgere della luna, l’inevitabile Contrasto della realtà con la vita è inevitabile. E infondo è meraviglioso che sia così.

6° Miglior album 2018: Christine and the Queens – Chris

L’anno scorso in posizioni piuttosto elevate ci era finito Rest di Charlotte Gainsbourg (tra l’altro transitata a Milano qualche giorno fa con il suo show), quest’anno a decretare l’ottimo stato di salute della pop-music d’oltralpe ci pensa il nuovo (doppio) album di Christine and the Queens, nome d’arte di Héloïse Letissier. Il long playing è un caleidoscopio di luci e colori in materia sonora FM, dove ad una zuccherosa propensione al ritornello “acchiappa tutto” si bilancia una raffinatezza vintage-sound anni 80. Nelle inflessioni di Christine and the Queens si ritrovano tutti gli echi di una stagione indimenticabile per il pop mondiale che con Madonna, Prince e Michael Jackson ha raggiunto vette qualitative da capogiro. Anche Héloïse gioca con una sessualità “liquida”, con un electro-pop, a volte funky e a volte nostalgico, con la doppia lingua, inglese e francese, e soprattutto con un gusto produttivo già da prima della classe. E se in alcuni casi si palesa il dubbio di una perfezione quasi artefatta ci pensa l’interpretazione sempre appassionata e “vitale” della cantante a scacciare ogni dubbio. Chris è un disco che merita di essere approfondito per capirne appieno la portata e la cura con cui è stato concepito sia nei testi che negli arrangiamenti perché, come per tutte le prelibatezze, il primo assaggio invoglia, il secondo conquista e il terzo soddisfa il momento e fa memoria per il prossimo futuro.

5° Miglior album 2018: Daniel Blumberg – Minus

Non so se vi è mai capitato di partecipare ad un concerto all’interno di un Planetario: a me è successo questa primavera per assistere al set di Daniel Blumberg con l’esecuzione per intero della sua ultima produzione artistica intitolata Minus. Un album che mi ha lasciato senza parole per la bellezza inusitata di tutte le sue composizioni, sorrette da un qualcosa che sembrerebbe così esiguo e che invece si tramuta in un flusso di materia inconscia inarrestabile e benedetta. La dolente vocalità si insinua nelle pieghe del pianoforte, nelle dissonanze delle chitarre, tra i crepiti nelle stanze, sui gemiti del violino e al seguito della cerimonia percussiva. Si ascolta e si continua ad ascoltare, non per entrare nell’universo dell’autore, ma per concedere al proprio di fuori uscire, di permettergli un fugace sguardo al sole o magari all’oscurità in cui perseveriamo, di assecondare ulteriormente la nostra sofferenza o invece di sorreggere un desiderato ritorno ad essere semplicemente uomini, forse non integri ma per lo meno autentici. Minus è terra, psiche e senso dell’infinito; Minus è cielo, respiro e laica preghiera; Minus è spazio, sangue e l’indispensabile resa che non permette mai la vera sconfitta. Non so se vi è mai capitato di partecipare ad un concerto all’interno di un Planetario, ma anche se non vi fosse capitato con quest’album avrete la possibilità, se lo vorrete, di sentirvi straordinariamente e completamente “dentro” l’universo.

4° Miglior album 2018: MorMor – Heaven’s Only Wishful (EP) + 1

Altra eccezione della stessa tipologia delle Boygenius e, tra l’altro, utilizzata soltanto un pelo prima del podio finale: al 4° posto in classifica colloco non un album ma un EP e, nello specifico, l’EP di esordio dell’artista di Toronto MorMor dal titolo Heaven’s Only Wishful. Ma obiettivamente non mi era proprio possibile non inserirlo e soprattutto non posizionarlo così in alto nella mia classifica, poiché le 5 canzoni incluse in questo esordio per me sono state immediatamente da brividi dietro la schiena. Seth Nyquist, il ragazzo dietro l’alias, chiarisce subito di essere potenzialmente della risma dei più grandi che io abbia mai incontrato: voce vellutata con versatilità invidiabile, intelligenza ed incredibile equilibrio nella scrittura dei brani, gusto per le radici pop/rock/soul senza esserne soggiogato, dinamico e sapiente nell’utilizzo degli strumenti e della tecnologia, visionarietà negli arrangiamenti e nelle atmosfere evocate. Ogni brano è una declinazione veramente ammirevole e funzionale di un progetto già perfettamente riconoscibile e rappresentativo per sensibilità e autorevolezza espressa. MorMor per me è una scommessa già vinta, ma non vedo l’ora di sapere se riuscirà a conquistare quel posto in cima alla collina dei numeri uno che ad oggi sembra già intravedersi. P.S. Pochi giorni fa è uscito un nuovo singolo; come appendice all’EP o come anticipazione di qualche novità nel 2019 non ci è dato saperlo. Neanche a dirlo: ennesimo gioiello!

3° Miglior album 2018: Low – Double Negative

Partiamo da due semplici dati di fatto del qui presente e umile compilatore della classifica: uno, i Low sono una parte sostanziale della storia della musica e, due, hanno realizzato il più bel concerto a cui abbia assistito in tutto il 2018 e tra i più belli della mia intera vita. Double Negative è semplicemente un album dei Low che non sembra un album dei Low e che, ascolto dopo ascolto, si scopre un album dei Low che più di così non potrebbe essere. Lo straniamento elettronico e la destrutturazione stilistica sono soltanto fisionomie differenti e più coerenti all’attualità sociale e culturale di quello slowcore di cui il trio è tra i precursori, il migliore alfiere e il più insensibile dei boia quando si tratta di stravolgerlo ai fini della sua arte come ultimo baluardo o primo conforto del proprio pubblico. La delusione del presente si riflette cupo nell’andamento proto-industrial, i glitch tecnologici schiaffeggiano i riverberi manuali delle chitarre e l’oppressione del sistema ovatta la celestialità del canto. Non si trova salvezza se si promette salvezza senza sacrificio, non si rinasce se non si è disposti ad abbandonare qualcosa di importante, non possiamo definirci umani se non cogliamo e giudichiamo ciò che sembra essere a noi alieno. La bellezza satura, la sofferenza satura, la musica satura, la veritiera registrazione di quel che siamo satura. Oppure tutto questo è solo un ennesimo brodo primordiale e sintetico da cui avrà origine una nuova (o antica) natura.

2° Miglior album 2018: Tess Roby – Beacon

È con una certa difficoltà che scrivo dell’esordio di Tess Roby perché, nonostante ci abbia riflettuto molto, non sono sicuro di aver individuato le parole e i concetti corretti per descrivere quelle sensazioni e quelle emozioni che quest’opera ha scavato sotto la mia pelle e nei posti più reconditi della mia anima. Dream-pop, avant-pop, digital-soul, synth-wave, artsy-ambient ma nessuna etichetta (o serie di etichette) può anche solo lontanamente spiegare la sintonia elettiva tra la voce di Tess (Dio mio quanto amo la sua voce!), il suo essenzialismo (ossia di ciò che è universale) sonoro e la sua poetica malinconica/esistenziale (minimal-pastorale) e “l’intero” me (il mio sentire, la mia storia, il mio comprendere, etc.). Nell’album Beacon ci si sente come immobili mentre tutto intorno si muove caoticamente, come se la propria essenza abbia scovato un piano differente e unico della realtà dove privilegiatamente osservare e ascoltare ogni cosa, dove sono tangibili e scorrono tra le proprie mani ogni ricordo o sensazione necessaria che ci si è portati dentro da chissà quanto tempo (o forse da sempre). Tess Roby è un sogno di quelli che al risveglio non vuoi lasciare andare per paura di dimenticare quanto bellissimo fosse esistere in quell’altro luogo: ringraziando il cielo lei invece è proprio qui quando sono ad occhi aperti e soprattutto ogni volta che lo desidero. Grazie Tess. P.S. L’etichetta “Italians Do It Better” è spettacolare e non soltanto per il nome.

1° Miglior album 2018: Rosalía – El Mal Querer

Anche quest’anno non ho avuto dubbi sul mio album dell’anno e proprio come per il 2017 la scelta non è solo per l’impressionante splendore di El Mal Querer, ma per ritornare su una precisa scelta personale e politica nei confronti di una certa critica (professionale e non) e di una modalità ormai diffusa di trattare la musica tipicamente italiana. Ne abbiamo l’ennesima e bieca evidenza dopo la tragedia di Corinaldo. Non entrerò nello specifico perché non è questo il posto per approfondire qualcosa di così doloroso, ma la serie numericamente inquietante di giudizi espressi e commentati positivamente sul valore e la sua inesistenza nella musica contemporanea è soltanto l’esito di decenni di arroganti, violente, ignoranti e pretestuose prese di posizioni da una buona parte (la maggioranza?!) del popolo nazionale over 35/40enni. Certo so che generalizzare non è corretto, ma per la miseria guardatevi un po’ intorno, analizzate cosa dite e cosa dicono gli altri, verificate da quanto tempo avete permesso a qualcuno o qualcosa di scardinare qualche vostra presunta certezza, leggete con quanta semplice prepotenza si affermano cose tipo “questa è merda, non è mica musica, ma come canta questa, la trap non vale un cazzo, ai miei tempi avevamo e oggi non capite nulla, la tecnica di qua, l’arrangiamento di là, che schifo di testi e come cavolo si vestono sti poveracci, la colonna sonora di una generazione priva di questo, quello e quell’altro”. Si usa la propria esperienza non come criterio di confronto ma come imperativo assioma di supremazia. Non possiamo permetterci di lavarcene le mani convincendosi che però invece noi siamo aperti, intelligenti e preparati per poi però trovare mai (e dico mai) l’occasione di farci un bagno di umiltà e, anzi, sorridendo e compiacendocene applaudire e sostenere (sorry valgono anche i like) alla prima occasione “gli (auto) imposti illuminati” che sminuiscono chiunque e qualsiasi esperienza che non sia la loro. Rosalía Vila Tobella ha 25 anni e usa/interpreta tutta la musica delle sue tradizioni, del suo presente e probabilmente del suo futuro. Parla ai nonni come ai coetanei, racconta dove vive, come vive e cosa capisce del suo vivere. Per lei il flamenco e la tecnologia sono solo due degli innumerevoli strumenti che possiede e utilizza per cantare sé stessa ed esplorare il suo talento e la sua arte. El Mal Querer rappresenta perfettamente la traboccante bellezza che oggi una giovane artista può creare e diffondere nel mondo: lasciate che questo accada anche nel nostro paese senza che questo scalfisca il vostro (social) orticello e vi sentiate in dovere per la milionesima volta di fare un parallelismo o una analisi fine solo a rimarcare il proprio ego. O se proprio lo dovete fare siate disposti a immaginare che, anche se non fa per voi, magari potrebbe essere l’autentico amore della vita di qualcun altro. Tipo il mio.