I N T E R V I S T A


Articolo di Giovanni Carfì

Dopo aver parlato nei giorni scorsi del disco di F o l l o w t h e r i v e r, abbiamo scoperto chi sta dietro alla produzione e promozione di quel tipo di suoni. Musicista a sua volta, abbiamo contattato Andrea Liuzza, in arte Are You Real? Nel 2012 ha esordito con Songs of Innocence e nel 2017 con il seguito dal titolo Songs From My Imaginary Youth. Una passione per i video dove cerca di raccontare ciò che vede attraverso la sua musica; incuriositi ci ha parlato del suo progetto e della relativa etichetta, nata per dar voce ad un certo tipo di sonorità alt-folk, e creare così un punto di riferimento per molti altri artisti.

Ciao Andrea, abbiamo letto del tuo progetto dal titolo Are You Real? ti andrebbe di introdurlo?

Are You Real? E’ la mia ombra, il mio “dàimon“. Ho bisogno di un altro nome quando faccio musica, per guardare oltre l’autobiografia e descrivere una dimensione diversa da quella quotidiana.

Nei tuoi lavori sembra non esserci confine tra il brano e i video che lo rappresentano; è una tua deformazione professionale o semplicemente li consideri integranti tra di loro?

Per me le canzoni sono dei film. La musica è un mondo parallelo, che vedo. Quando posso, giro un videoclip per espandere questa dimensione e renderla più chiara anche a chi ascolta. Molti dei gruppi con cui sono cresciuto hanno questo approccio multimediale: i Pink Floyd, i Radiohead.

Nel tuo ultimo video parli di questo bosco dove “una parte di te” è sempre presente, è una sorta di fuga da te stesso o è una parte di te simile ad un “doppelganger Lynchiano”?

Adoro Twin Peaks! Cooper è uno dei miei eroi. Ma in questo caso non parlo di doppi malvagi. Credo che, ad una certa profondità, il nostro io abbia semplicemente molte dimensioni.

Hai pubblicato due album di cui l’ultimo nel 2017, mentre il tuo nuovo singolo è stato inserito in una compilation di alt-folk; resterà al suo interno o andrà a far parte di un altro lavoro più completo?

Elephant Serenade resterà un singolo. Il mio prossimo disco avrà un sound diverso: sto componendo col pianoforte, e ci sarà moltissima elettronica. Ultimamente sono stregato da James Blake, dall’ultimo disco dei Low e di Bon Iver.

Dopo varie esperienze sei passato ad occuparti di produzione e promozione, come sei arrivato a passare “dall’altra parte”?

La passione per la musica mi ha spinto a collaborare con altri artisti e a produrre i loro dischi. Adoro entrare nella musica di altri, in punta dei piedi. E’ stato naturale, avendo prodotto alcuni dischi vicini fra loro, pensare ad un’etichetta, e così è nata Beautiful Losers.

Tornando alle tue esperienze boschivo/sciamaniche, pensi che in un’epoca dove la tecnologia è tutto, c’è ancora tempo e spazio per ritrovare quel “contatto” con la nostra parte più interiore, e se sì in che modo questo può aiutarci nella vita di tutti i giorni?

Ogni epoca ha le sue distrazioni. Oggi è chiaro a tutti come la tecnologia ci abbia resi alieni. Essere continuamente interfacciati favorisce comportamenti compulsivi, nei social dilagano il consumismo, il fascismo, l’ignoranza. Sono tutte forme di perdita della consapevolezza. L’unica strada possibile è recuperare quel contatto con la nostra parte più profonda e, se mi passi l’autocitazione, “reale”.

Tornando a cose più terrene, già che c’eri hai fondato un’etichetta, da cosa nasce quest’esigenza diffusa? Sembra quasi ci siano più etichette che musicisti, o in realtà ci sono troppe realtà a cui dar voce?

Forse la cosa più facile, quando non si trova un’etichetta, è fondarla. Per questo ce ne sono migliaia. Ma molte di queste hanno vita breve, oppure sono gruppi di amici. Io sto facendo del mio meglio per dar vita ad una scena artistica solida: lavoro con band da tutta Italia, cerco di far sì che la loro musica arrivi a tutte le riviste nazionali e alle persone. Ci lavoro ogni giorno e, anche se Beautiful Losers esiste da pochi mesi, chi la scopre sembra percepirlo.

C’è un filo conduttore all’interno dei tuoi progetti o lavori più d’istinto lasciandoti influenzare dagli eventi?

Le canzoni nascono d’istinto ma poi gli album hanno un filo conduttore. Ci tengo a fare dischi che parlino di qualcosa, e siano uno diverso dall’altro.