A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Non è poi così enigmatico il titolo della mostra al Pirelli Hangar Bicocca (fino al 20 gennaio), se si conosce Daniel Steegmann Mangrané. Anche in questa mostra (dopo “Broken Nature”della Triennale, dopo Nous les Arbres de la Fondation Cartier di Parigi, ma anche di tante altre più piccole), è la natura al centro dell’attenzione. Non è un caso e chi crede, che solo Greta Thunberg stia battendo la grancassa ambientalista, si sbaglia di grosso. Nel mondo dell’arte contemporanea le cose si stanno muovendo da almeno tre anni, ma si sa, secondo la vulgata corrente, l’arte contemporanea è riservata allo snobismo delle elites; può darsi sia vero, ma i veri indifferenti a me sembrano essere coloro che si chiamano fuori da questo cimento. Opinioni.

Daniel Steegmann è nato nel 1977 a Barcellona, ma da anni vive in Brasile, dove ha dimostrato grande interesse, oltre che per il movimento del Neoconcretismo brasiliano per il suo approccio all’opera, anche per la sua funzione sociale e politica. Ma queste sono nozioni, mentre le sue opere sono “vita”. In particolare la vita della foresta pluviale che studia a fondo. In Brasile ha modo di avvicinarsi e studiare le culture locali, in particolare la cosmologia amerindia, per la quale l’aspetto che accomuna tutti gli esseri viventi è l’umanità, cioè tutte le creature viventi sono “umane”. Il punto di vista non è dunque la prospettiva che un soggetto ha verso un oggetto, ma è piuttosto il punto di vista individuale a crearne il soggetto.
Il soggetto principe di Steegman Managré, dopo i primi approcci al mondo organico e naturale, è certamente la “Mata Atlãntica”, ovvero la foresta pluviale che si estende lungo la costa dell’Oceano Atlantico, dal Brasile fino al Paraguay. È su questo terreno che l’artista incentra i suoi paradigmi artistici, come le relazioni tra esistenza e visibilità, dissoluzione e appartenenza, concretezza ed astrazione.

La foresta, è un universo tanto vitale e necessario alla nostra sopravvivenza, quanto fonte di indagini formali, visive, percettive. Un po’ come l’Oceano per Melville, la “Mata Atlãntica” diviene fonte primaria della sua ispirazione. Ed è sorprendente osservare quante geometrie, quante forme, quanti volumi, quanti chiaroscuri, ma anche quanti suoni, quanti materiali, quanta vita e quanta vita estetica, la foresta contenga. Molto suggestivo è come questo ex cuore industriale di una città come Milano, sappia accogliere con tanta delicata attenzione questa preziosa mostra.
Nello “Shed” dell’Hangar, un telo di tessuto naturale semi trasparente, che disegna un maestoso e diafano percorso, accoglie il visitatore in una atmosfera rarefatta: l’opera si chiama “Lichtzwang” che possiamo tradurre come “costrizione alla luce” e allude ad una raccolta di poesie di Paul Celan. Si tratta di centinaia di piccole prove di scomposizione del colore su fogli di blocco quadrettato, dove l’artista scompone, come un impressionista tropicale, la composizione del colore e della luce che filtra nella “Mata Atlãntica”. Mirabile il “Table with object” su cui sono allineati numerosi oggetti, modelli, frammenti di lavori mai realizzati, molto vicini al movimento Neoconcretista, che mostrano processi di lavoro da elementi naturali, più che oggetti finiti.

Ricco di richiami al cinema sperimentale strutturalista degli anni Sessanta, che come è noto negava ogni funzione illusoria al cinema per riflettere solo sulla mera ripresa, ecco il film “16 mm” dove una cinepresa si addentra nella foresta con un lentissimo piano-sequenza; in un altro film “Phasmides” del 2012, la straordinaria coreografia di una famiglia di insetti, i fasmidi, appunto, nella loro temporalità sospesa e nella incredibile geometria naturale che li porta a confondersi con i piccoli rami degli alberi, insetti che sono anche il soggetto di un ologramma di grande bellezza. “Phantom” del 2015, è invece un’opera completamente virtuale dove il visitatore, attraverso un visore 3D, ha modo di scandagliare un magnifico rilievo elettronico della “Mata Atlãntica”, potendone “mappare” la biodiversità, con una trasformazione anche visiva dell’elemento vegetale in un dato scientifico. Di grande finezza “Table with Two Objects” del 2018, dove su un enorme tavolo rettangolare sono posti due oggetti, uno plasmato dall’uomo, una sorta di ghirlanda di esilissimi ed inconsistenti rametti e dall’altro lato una delicatissima punta di un ramo di un cespuglio. Due oggetti che dialogano facendo sembrare davvero fittizia la distinzione tra “cultura” e “natura”, nozioni che appaiono riappacificate in questo delicato equilibrio. Di grande impatto anche “Rotating Table/Speculative Device” dove, su un piccolo tavolo rotondo con superficie a specchio, vengono fatti rotare piccoli rami sezionati che danno vita ad una incredibile varietà di punti di vista ed ad una infinita combinatoria di forme. Esposti anche in “A trasparent Leaf instead of the Mouth” del 2016-2017, insetti della foresta pluviale, che si mimetizzano con il “foliage” in un poetico nascondino con il visitatore.


Le venti opere esposte nello Shed dell’Hangar Pirelli Bicocca, ci parlano di un artista raffinato nella sua semplicità, che ha centrato la sua attenzione sulla bellezza della “natura”, ma soprattutto della sua contiguità ed inscindibilità dal concetto di “cultura”, una divisione forzata, non più utilizzabile in questo nostro tempo, in cui, anche attraverso i disastri ambientali, sembriamo incominciare a prendere in seria considerazione le sorti del pianeta, che sono poi le nostre stesse sorti.

La mostra è visitabile gratuitamente fino al 19 gennaio 2020.
Per informazioni Pirelli Hangar Bicocca