A P P U N T I  D A  S U O N I  M O B I L I


Appunti di James Cook, approfonditi da Luci

Venerdì 5 luglio raggiungiamo Rogoredo, frazione nel comune di Casatenovo (Lc), dove si svolgerà il concerto dei Fanfara Station. Si tratta di un trio che con inesauribile energia fonde la forza di un’orchestra di fiati all’elettronica, celebrando, con canti e ritmi, i flussi di migranti che hanno sempre connesso il Medio Oriente al Maghreb e al sud dell’Europa. Tutto prende origine da Marzouk Mejri, cantante, percussionista, polistrumentista, cresciuto a Tebourba, a trenta chilometri da Tunisi, in una famiglia che gli ha tramandato l’amore per la musica. Il padre, in particolare, suonava la fanfara nella banda che accompagnava Bourguiba, il leader della resistenza contro il colonialismo francese. Cultore delle tradizioni popolari, ha perfezionato lo studio sia del canto che degli strumenti a fiato e percussioni diventando un grande virtuoso del darbouka. Da oltre due decenni vive a Napoli, dove ha collaborato con numerosi musicisti e a diversi progetti a lui collegati. Parallelamente all’attività artistica è leader di un presidio Slow Food nella sua città di origine.

Charles Ferris, canadese cresciuto in California, trombettista ed etnomusicologo, è arrivato a Napoli con una borsa di studio per una ricerca sulle tradizioni e i canti della Campania. Unisce alla passione per l’improvvisazione quella per i ritmi popolari del mondo. Conosce Marzouk da diversi anni ed ha seguito da subito con interesse il suo percorso poiché era curioso di avvicinarsi alla musica del nonno che aveva origini musulmane. A loro si è unito successivamente Ghiaccioli e Branzini (Marco Dalmasso), Dj e Producer di Torino specialista dell’elettronica che si tinge di blues, jazz e folk. Insieme hanno creato un progetto originale, fresco, travolgente, un frullato di suoni che contamina i generi.
L’atmosfera che ci attende stasera è da festa paesana, con il sagrato della chiesa che diventa palco, ma in fondo siamo in sintonia con la originale spontaneità dei Fanfara Station. Inizia un “music-global-party”, cantato soprattutto in arabo (ma anche francese e italiano). A scombinare ancora di più le carte Ghiaccioli e Branzini porta i ritmi vicino alla dance, con incursioni nel dub. Ascoltando la bizzarra formazione viene proprio voglia di ballare e divertirsi in libertà, avvolti in un ipnotico vortice sonoro che lascia ampi spazi all’estemporaneità. Basta un antifurto che risuona monotono nell’aria per dare il via ad una melodia del tutto improvvisata…

E’ come ci trovassimo in una strana discoteca etnica o stessimo ascoltando il suono che esce a tutto volume da un’autoradio nel traffico di Tunisi. La voce di Marzouk poi è quasi uno strumento aggiunto: si calibra intensa, melodiosa, ma anche dilatata, teatrale, fino quasi a divenire una preghiera. Dimostra non solo di adattarsi perfettamente ma anche di esaltare il contenuto di testi ricchi di riferimenti, che si possono cogliere grazie anche all’ascolto precedente del disco. Un brano come “Damne”, chiaramente ispirato a “Le Dèserteur” di Boris Vian risulta calato al meglio nel contesto contemporaneo in particolare per quel finale “cantato-declamato” con grande partecipazione: “refusez d’obeir refusez de partir, n’allez pas a la guerre“. Con incedere divertito ma consapevole “Mariage” ci invita a riflettere sull’importanza che l’amore e il matrimonio hanno nella vita di ognuno. Si danza, in scandita allegria, con il pezzo “Talila”, un canto propiziatorio ispirato alla musica popolare del sud tunisino e che incuriosisce per l’utilizzo di un linguaggio dialettale, certo incomprensibile, ma affascinante per quel suo essere musicale. A sorpresa arriva anche una versione di “Canzone Arrabbiata” (scritta da Nino Rota e Lina Wertmüller per “Film d’amore e d’anarchia”), che Marzouk interpreta in italiano. Colpisce quanto riesca a farla sua trasformandola in una “romanza cinematica“. “Canto quel sole che verrà, tramonterà, rinascerà, alle illusioni, la rabbia che mi fa”. La voce arriva talmente piena di dignitosa consapevolezza che rimane in testa anche quando la musica finisce…

In un turbinio generale di suoni, con una parte di pubblico coinvolto nelle danze, ci avviciniamo alla conclusione.
Ma c’è spazio ancora per un interessante racconto, quello di una storia tramandata dal padre di Marzouk, quando in Tunisia, in occasioni di particolari feste i concerti duravano fino all’alba, in un continuo crescendo di ritmi, fino all’esplosione finale. A seguire inizia l’esecuzione di un frammento di Malouf, musica dei musulmani Andalusi, importata in Africa settentrionale nel XV secolo. Un canto d’amore che si svilupperà pian piano, con la sensazione di vivere un tempo dilatato, infinito (durerà almeno un quarto d’ora). E’ questo il perfetto epilogo di un concerto che, nonostante l’elettronica po’ esasperata, ancora una volta ha regalato sensazioni positive. Suoni Mobili ci ha piacevolmente sorpresi immergendoci in una miscellanea sonora mai sentita prima con la quale abbiamo potuto ampliare i nostri orizzonti sia musicali che culturali.






Crediti immagini: Elena Passoni (1,5,6,7) e Roberto Del Bo (2,3,4)