R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

I Kettle of Kites tornano dopo quattro anni dal loro primo album e lo fanno con Arrows, un disco di nove brani che si incentra su suoni folk ma che non si limita alle strutture e alla forma canzone canonica del genere. In questi anni il gruppo ha cambiato formazione infatti sono rimasti Tom Stearn e Pietro Martinelli (rispettivamente voce e basso) e si sono aggiunti Marco Giongrandi e Riccardo Chiaberta (chitarra e batteria). Questi ragazzi inoltre vivono in città e paesi diversi, come infatti si può notare nell’ascolto del progetto ognuno aggiunge le proprie influenze ma riuscendo a creare un disco ben strutturato e coeso. Ma se volete sapere di più su di loro, sulla provenienza di ciascuno e sul processo creativo che ha portato alla luce questo disco vi basterà leggere l’intervista che potete trovare qui.

Essendo Tom un grande amante dei racconti di Asimov, quest’ultimo diventa la musa ispiratrice del progetto, colui dal quale si è partito per la scrittura dei testi e delle vicende narrate e anche questa scelta ha aiutato sicuramente a rendere il progetto uniforme. Tra gli argomenti trattati possiamo trovare chiaramente l’intelligenza artificiale ma anche il discorso climatico che ultimamente va per la maggiore. Questo argomento però è trattato in maniera differente da come siamo abituati (sicuramente qui è stata centrale la figura di Asimov), non se ne parla infatti con toni motivazionali che ci incitano a stare più attenti all’impatto che produciamo ma vengono create immagini drammatiche di cosa potremmo trovarci davanti ai nostri occhi nei prossimi anni.
In “Giants” ciò è reso chiarissimo da frasi come: “May morning, air is humming, fire is dying in the front room”. La componente testuale dunque è sicuramente ricca e interessante ma ancor di più mi ha affascinato il lato musicale del disco.
Avviso subito che ho avuto bisogno di molti ascolti, tutti con la massima attenzione, per capirlo e metabolizzarlo fino in fondo però è uno sforzo che è stato sicuramente ripagato (non posso negare che in questi giorni non stia riuscendo ad ascoltare altro perché ormai sono preso a pieno da questo progetto).
Sono dell’idea che siano due i motivi principali per cui questo album potrà collocarsi tra i miei dischi dell’anno: il primo è la voce di Tom, mai esagerata o sforzata e che risulta pienamente a proprio agio nelle linee vocali trovate (credo che “Lights go out” ne sia la prova più evidente), sposandosi perfettamente con le strumentali su cui si poggia lievemente. Il secondo motivo invece è quello già accennato all’inizio, ovvero che sicuramente si tratta di un disco folk, ma che ha anche qualcosa in più perché riesce a non chiudersi in esso, anzi, la sperimentazione è molta. Rimane la chitarra pizzicata e le batterie scandite come tipico del genere e come è giusto che sia, ma ogni tanto si lascia andare a strutture stupefacenti, che risultano molto più fluide e suggestive.
Credo che si sia capito che questo disco mi è piaciuto, e anche molto, ma d’altra parte non può che essere così di fronte ad un lavoro completo e coinvolgente come questo.

Tracklist
1. Supernova
2. Lights Go Out
3. Looking Down At It
4. In The Dome
5. Orchid
6. Giants
7. Caves
8. Weathervane
9. Oliver