I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Se esiste una formula creativa del Pop italiano che lasci da parte per una volta divertenti ma un po’ triviali giochi di parole, facili ironie e superficialità ostentata, quasi come chi pensa che non ci sia nulla per cui ormai valga la pena impegnarsi, allora i Tersø potrebbero averla trovata. Fuori dalla giungla, che arriva dopo le buone impressioni suscitate dall’ep L’altra parte, è sostanzialmente un disco Synth Pop ma ha tutta la serietà e la profondità di chi sa leggere il proprio tempo e soprattutto ritiene che valga ancora la pena impegnarsi per davvero, per essere presenti a se stessi e costruire il proprio pezzetto di mondo. Un po’ come hanno fatto i Rincorsa, autori di un esordio fulminante alla fine dello scorso anno, i bolognesi Tersø provano a mostrare che il linguaggio dell’elettronica, per quanto declinato in maniera accessibile e niente affatto innovativo, è ancora in grado di mettere in piedi percorsi interessanti. Ce lo ha spiegato Marta Moretti, voce del gruppo, che ho raggiunto al telefono proprio il giorno prima dell’uscita di un disco che nelle ultime settimane ho davvero fatto fatica a togliere dallo stereo…

Vi faccio innanzitutto i complimenti per il disco, che mi è piaciuto davvero tanto. Rispetto all’ep d’esordio, si capisce che l’impronta sonora è sempre quella ma che c’è stato un grande miglioramento nella scrittura: i pezzi sono più rifiniti e i ritornelli molto più efficaci. Direi però di cominciare col presentarvi, a beneficio di tutti quelli che ancora non vi conoscono.

Volentieri! Siamo Tersø, siamo quattro persone: Marta, Alessandro, Alessio e Luca. Ci siamo formati nel 2016 e abbiamo scritto l’ep L’altra parte, che è stato il nostro primo lavoro. Abbiamo da subito voluto creare qualcosa che avesse sonorità elettroniche e testi in italiano, cosa che è rimasta poi la nostra caratteristica principale. Abbiamo fatto uscire l’ep, che conteneva cinque canzoni e adesso, a distanza di due anni uscirà Fuori dalla giungla (venerdì 22 febbraio, l’intervista è stata fatta due giorni prima NDA), il nostro primo album. C’è stato effettivamente un cambiamento, come dicevi tu, ma perché sono passati due anni e anche noi stessi come persone siamo cambiati, siamo sempre noi ma con due anni in più di vita addosso, con tutte le esperienze che in generale nella vita ti possono cambiare nell’arco di un certo periodo.

C’è tanta elettronica nel vostro sound per cui mi piacerebbe capire come nasce un vostro pezzo, da quali elementi partite, come decidete quali strumenti metterci sopra, se riempire o meno lo spettro sonoro, se lavorate in saletta oppure vi scambiate i file… cose così, insomma…

Diciamo che, come penso facciano un po’ tutte le band, ogni canzone nasce dall’idea di un singolo. Siamo in quattro, ciascuno di noi si occupa di una parte diversa in fase di scrittura. Può capitare ad esempio che mi venga l’idea di un testo e cominci a lavorarci, poi passi quello che ho fatto ad Alessandro, che si occupa della produzione del brano, il quale poi lo gira ad Alessio che lavora sui sample, sui suoni… è un lavoro di questo tipo anche se poi certe canzoni, come La tigre bianca, sono nate da improvvisazioni in saletta. Il nostro processo creativo però è questo, in linea generale: partiamo da un’idea e poi la sviluppiamo, aggiungendo ognuno la sua parte.

E per quanto riguarda invece il rapporto tra analogico e digitale, come vi comportate? Usate anche strumenti tradizionali o solo i Synth?

In fase creativa siamo principalmente elettronici, utilizziamo vari Synth, che sono poi quelli che portiamo anche sul palco. Dal vivo però abbiamo un set di batteria con piatti e tom, in modo da ottenere un suono live, però ci sono sempre anche i pad quindi direi che anche da quel punto di vista manteniamo l’aspetto elettronico, direi anzi che è quasi tutto elettronico anche dal vivo.

Ho visto che anche sul disco, così come già sull’ep, avete lavorato con Marco Caldera: come siete entrati in contatto con lui? Che tipo di apporto ha dato al vostro suono, in sede di missaggio?

Lo abbiamo conosciuto indirettamente, diciamo: abbiamo visto le cose che faceva, i lavori di cui si era occupato e lo abbiamo contattato, coinvolgendolo nel missaggio de L’altra parte. Questa collaborazione poi è andata avanti, siamo anche diventati amici; il suo apporto è stato importante: è vero che ha lavorato su una canzone che esisteva già ma ha filtrato tutto attraverso la sua sensibilità quindi quello che si sente non è solo frutto del nostro lavoro ma anche delle sue orecchie, cosa non da poco!

Una cosa che mi colpisce è che siete una band giovane ma, pur avendo una scrittura almeno a livello di testi piuttosto generazionale, avete un linguaggio musicale che per una volta non è autoironico, cazzaro, come sembra andare di moda oggi. Siete seri, insomma ma non nel senso di chi si prende troppo sul serio…

Cioè non pallosi (ride NDA)!

Esattamente! Non nel senso in cui venivano etichettati, in maniera denigratoria, certi cantautori Indie dei primi anni Duemila… mi sembra che nella vostra musica ci sia una profondità che vi rende diversi dalla maggior parte del panorama contemporaneo. Diciamo che se bisogna entrare nel tema di come si racconta il presente oggi, preferisco di gran lunga il vostro linguaggio…

È molto bello quello che dici, ti ringrazio davvero. Ovviamente non è una cosa decisa a tavolino. Quando abbiamo iniziato a scrivere ci abbiamo provato, abbiamo fatto dei tentativi e man mano che andavamo avanti ci siamo resi conto che questo era il nostro linguaggio, era quello che ci veniva meglio. È vero che abbiamo un approccio poco scanzonato ma credo derivi dalle nostre personalità, dai nostri caratteri ma anche dalle nostre influenze musicali, dalle cose che ci piacciono di più. Poi per carità, personalmente ascolto anche un sacco di gruppi scanzonati (ride NDA) però poi quando dobbiamo parlare noi in prima persona, lo facciamo con la nostra personalità.

Mi è piaciuto molto un brano come “Lynch” e immagino che anche per voi sia significativo, visto che lo avete scelto come singolo. Ha attirato la mia attenzione innanzitutto perché sono un suo grande fan e quindi un brano con quel titolo non poteva non colpirmi da subito! Però poi trovo che siate scaduti, perdonami il termine, in quella dinamica che ormai è propria della quasi totalità delle band nostrane: scrivi un pezzo con un titolo di richiamo, citando un autore, un regista o una città, dopodiché ci costruisci una canzone attorno per poi dire sostanzialmente qualcos’altro…

Nel senso che non è una canzone che parla di Lynch? È questo che intendi?

Non esattamente. In realtà Lynch c’entra e si capisce benissimo in che modo lo usate all’interno della canzone. Quello che vi “rimprovero”, diciamo, è che alla fin fine, a livello di tecnica letteraria, avete fatto quello che oggi fanno tutti, è un po’ troppo prevedibile, ecco…

Capisco quello che vuoi dire. In effetti credo che se l’avessimo chiamata in un altro modo non saremmo qui a parlarne adesso. È certamente un titolo che acchiappa, è un nome ed è anche un personaggio molto conosciuto. Forse sono cose che dicono tutti, non so, però non l’abbiamo fatto apposta per attirare l’attenzione. È semplicemente stato un modo per rendere omaggio ad un regista che ha creato opere che ci hanno emozionato, che sono nel nostro cuore. Poi sicuramente c’è anche quello che dici tu, è innegabile, però non è stato fatto per fare una furbata, ecco.

Un altro brano molto bello, forse il migliore per quanto mi riguarda, è Le promesse: funziona tutto benissimo, dalla costruzione in crescendo, col rapporto tra la strofa e il ritornello, quest’ultimo che trascina davvero, con la sua cassa dritta. Probabilmente se dovessi indicare un solo titolo che vi rappresenti appieno, direi questo. Mi ha colpito molto anche il testo, che è come una sorta di ritratto di un paese a pezzi. Sono cose che si sentono dire e cantare molto spesso ma qui hanno davvero una forza particolare. Mi verrebbe da chiederti: ma veramente si sta costruendo una nuova forma d’arte appoggiandosi ad un terreno che sta franando? Potremmo dire che la musica di questi anni ’10 sia la musica di un paese che sta lentamente sprofondando nel baratro?

Forse sì. Anche se in realtà è sempre stato così: molti anni fa probabilmente c’erano problemi diversi ma la musica è sempre stata un metodo di comunicazione anche del disagio che nei vari ambiti vivono le generazioni che la esprimono. Poi è vero che Le promesse è un po’ la nostra canzone denuncia (ride NDA) di questo “disagio 2018-2019” è stata ispirata dalle cose più banali, dal fatto che ci siano i sacchetti biodegradabili ma anche quelli non biodegradabili ed io mi chiedo perché continuiamo a farli, visto che sappiamo benissimo le conseguenze che comportano! La stessa cosa per le bottigliette di plastica ed un sacco di altre cose che non funzionano tanto bene. La cosa delle promesse poi si ricollega anche ai rapporti umani. Si sente spesso questa cosa, no? Del fatto che siamo sempre dietro uno schermo, che le relazioni rischiano di essere minate da tantissime cose. È anche un po’ la caratteristica degli esseri umani, del loro modo di rapportarsi con quello che sta loro intorno… oggi ad esempio Luca raccontava di aver visto una scena assurda: una macchina era ferma in strada, è arrivata un’altra macchina da dietro che gli è andata addosso in pieno; dalla macchina è sceso un ragazzo giovane che gli ha detto: “Scusa, ero al telefono.” (Risate NDA). Capito? Ok, nessuno si è fatto male, non è successo niente però non va bene, credo. Un’altra cosa che tendiamo a non avere è la pazienza: pensa alle storie d’amore di un tempo, che so, mio nonno partiva per la guerra e mia nonna lo aspettava per anni. Adesso sarebbe inconcepibile! Adesso bisogna avere tutto subito per cui si è persa la pazienza, così come anche la gentilezza, del resto.

In effetti nei vostri testi (ma così come nelle musiche, perché poi le due cose sono molto legate ed è il bello di questo disco) si respira una sorta di atmosfera di incertezza. Pezzi come Le frasi, Stramonio, I petali dicono come un non sapere chi si è, raccontano un’insicurezza che poi, credo, è quella che viene espressa nel titolo, Fuori dalla giungla: vi riferite alla realtà contemporanea immagino ma come si fa ad uscirne e soprattutto, cosa vuol dire uscirne?

Non è da intendersi tanto come una fuga, quanto come un modo di restare, di essere contenti. Perché poi il problema della vita è quello di essere contenti, è un qualcosa che ci diciamo sempre. Questo può avvenire andandocene via, certo, però anche restando qui e cercando di trovare il proprio spazio.

Che poi, mi verrebbe da dire, questo disco, per quanto non possa dirsi spensierato, rappresenta il vostro tentativo di essere contenti… l’arte è questo, in fondo, no?

Assolutamente. È anche una valvola di sfogo, un modo per dire: “Ok, adesso ti dico tutte le cose che ho nella testa!”

Recentemente avete aperto per artisti importanti come Cosmo e Frah Quintale. Com’è andata?

Sono state esperienze molto belle, anche perché, parlo soprattutto di quelle con Frah Quintale, abbiamo suonato su palchi molto grossi dove sì, la gente non vedeva l’ora che lui uscisse ma dove è stata molto calorosa anche nei nostri confronti. Abbiamo avuto la fortuna di suonare prima di artisti che hanno un pubblico davvero molto accogliente. Questo ci ha sicuramente dato la possibilità di farci conoscere da un numero di persone più vasto. Ed è stata anche un’occasione di crescita perché ovviamente, suonando prima di un artista di quel calibro sei costretto a confrontarti con te stesso, a dire chi sei, a puntare sul tuo miglioramento.

E cosa dunque dovremo aspettarci da questo nuovo tour che sta per partire? Ho visto che suonerete il 13 marzo a Milano, sicuramente ci vedremo lì…

La data di Milano ma anche quella che abbiamo fatto oggi a Bologna in radio e poi quella di Cesena, sono pensate come showcase di presentazione, un po’ parlate e un po’ cantate. Dopo di queste partiranno i concerti veri e propri, a cui stiamo lavorando assieme a BPM. Stiamo preparando il live ma in realtà lo stiamo preparando da un sacco perché proviamo tutte le settimane senza mai saltarne una, cerchiamo di stare sempre sul pezzo (ride NDA)!

Voi siete di Bologna ed è da poco uscito il disco dei vostri concittadini Massimo Volume. Trovo molto stimolante il fatto che nella stessa città, peraltro sempre molto attiva musicalmente, coesistano una band nuova come la vostra assieme ad una storica come la loro. Che peraltro avete anche una certa sensibilità in comune: siete di un’altra generazione, scrivete in un altro modo ma alla fin fine la profondità con cui raccontate la realtà è bene o male la stessa… Ed è una cosa bella, secondo me, perché pare che la scena italiana, soprattutto in questi ultimi anni, viva un po’ per compartimenti stagni. I giovani vanno a vedere certi artisti, i vecchi invece hanno i loro…

Magari! Sarebbe davvero molto bello se accadesse! Sono un gruppo che stimiamo molto e sì, probabilmente… guarda, mi metti un po’ in difficoltà nel rispondere (ride NDA)! Un po’ di cose sono cambiate, penso, sono abbastanza giovane, non ho una visione storica della musica. Però sì, il pubblico è cambiato ed oggi cerca prevalentemente un linguaggio diverso, come è anche giusto che sia. Però ad esempio, mi viene in mente uno come Giorgio Poi, che ha un linguaggio molto serio, un’estetica diversa, meno “street”, peraltro, eppure è amato dai giovani. Poi comunque è tutto talmente vario, siamo talmente in tanti che ognuno cerca le cose che vuole!