R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Il 29 gennaio, giorno successivo al suo cinquantesimo compleanno, è uscito Dare, il dodicesimo album in studio di Mario Biondi, pubblicato da Sony Music in doppio vinile e cd. The Voice ha scelto un titolo bivalente per la sua ultima fatica: Dare, in italiano come far nascere, dare alla luce, o in inglese, come spingersi oltre, osare, quasi a voler omaggiare la sua mission artistica; musicista poliedrico, che ha stupito il mondo intero per il calore della sua voce alla Barry White, tanto da essere soprannominato appunto The Voice negli Stati Uniti, azzardando paragoni scomodi con nomi altisonanti del panorama internazionale. Come da lui stesso dichiarato, era da un po’ che gli frullava in testa di coinvolgere nell’album sia vecchi amici, tipo gli Incognito, High Five Quintet (Fabrizio Bosso, Daniele Scannapieco, Julian Oliver Mazzariello, Pietro Ciancaglini, Lorenzo Tucci), Dodi Battaglia, che le giovani leve del trio Il Volo, mescolando le sue origini jazz e soul con audaci esperimenti e buttando nel calderone anche quattro cover, tra cui una versione stralunata di Strangers in the Night. Copertina di grande impatto con Mario vestito in stile Arcangelo Gabriele, tutto di bianco, portatore di buone novelle con alle spalle il murale dell’artista losangelina Colette Miller.

Anticipato lo scorso giugno dal singolo Paradise, Dare è un lavoro polimorfo che nasce dall’unione di diversi generi musicali, dal jazz al funk, dal soul all’opera pop, tanto che in principio dovevano essere quattro dischi diversi, ma poi il crooner siciliano ha voluto mantener fede al suo credo di osare sempre e ha rimescolato le carte in tavola. Apre la bellissima Jeannine, cover di Eddy Jefferson, seguita da Mesmerizing Eyes e Cantaloupe Island, così si decolla con gli High Five Quintet, ritmi veloci, assoli di pianoforte e fiati strepitosi, poi un’incursione nell’acid jazz degli Incognito con il brano No Snow e la bellissima Lov-Lov-Love, ottimo esperimento discofunk. Dopo l’inizio jazz riemerge l’anima soul in Paradise, con fiati, cori e un ritmo incalzante, affidato allo strepitoso Federico Malaman, che riportano dritto dritto agli anni ’70, poi una versione di Strangers in the Night che all’inizio ricorda più Land of A Thousand Dances che il lento portato al successo da Frank Sinatra. Le successive tre canzoni sono bellissimi lenti: Someday We’ll All Be Free è impreziosito da un assolo favoloso di tromba, mentre Dream for Two e Give Our Love Another Chance, in coppia con la pianista tedesca Olivia Trummer, mi ricordano tanto i duetti del passato (Gaye/Terrel o Pendergrass/Houston ad esempio).

Bisogna aspettare l’ingresso di Dodi Battaglia in Simili per sentire qualche suono distorto di derivazione rock con delle percussioni e dei cori che, a tratti, evocano l’afromusic. Chiudono Crederò, con Il Volo, pezzo carico di pathos, a metà tra blues e opera pop, in questo caso, perdonatemi, sono di parte, essendo orgogliosa concittadina di Ginoble, Sunny Days, live del 2019 al Ronnie Scott’s di Londra, mecca europea del jazz (sorry, adesso extra-europea…), Show Some Compassion, reggae con la finalità sociale di riqualificare l’area baraccopoli di Messina promossa dall’associazione A.ris.Mé, e Cantaloupe Island, con due remix tutti da ballare.

Voto:10/10 perché, pur essendo un lavoro molto variegato, non stanca mai e crea quella giusta tensione che ti fa venire voglia di ascoltare i sedici brani tutto d’un fiato.

Tracklist:
01. Jeannine
02. Mesmerizing Eyes
03. Cantaloupe Island
04. No Snow
05. Lov-Lov-Love
06. Paradise
07. Strangers in the Night 
08. Someday We’ll All Be Free
09. Dream for Two
10. Give Our Love Another Chance
11. Simili
12. Crederò
13. Sunny Days
14. Show Some Compassion 
15. Cantaloupe Island (Dj Meme Remix)
16. Cantaloupe Island (Piparo Remix)