Bobby Joe Long’s Friendship Party – il nostro bundytismo, tra Nerone, Totti e Johnny Marr

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Intervista di Luca Franceschini

Sono stati la grande rivoluzione dello scorso anno, quando hanno esordito sul mercato musicale con un disco potentissimo e folgorante. “Roma Est” era un’autentica coltellata al cuore che fondeva oscurità, malessere esistenziale e tonnellate di cinismo e humor nero, attingendo a piene mani da un universo sociale e letterario fatto di Stephen King, Majakovskij, Roberto Pruzzo e molti dei più efferati serial killer americani. Musicalmente, un tuffo nella prima metà degli anni ’80, con Dark Wave e Post Punk che accompagnavano un recitativo in rigoroso e purissimo romanesco.
Una trovata geniale, assoluta. Resa ancora più intrigante dalla scelta precisa di non rivelare la propria identità, di non far circolare neppure una foto promozionale, di presentarsi come una “Oscura Combo Romana” capitanata da personaggi dagli improbabili nomi di Peter Spandau, Abacab Carcosa e Henry Bowers (quest’ultimo, “eroe” maledetto di uno dei più celebri romanzi di King).
È proprio con quest’ultimo (che si occupa dei testi e che è la voce narrante, nonché l’ideatore dell’intero progetto) che lo scorso anno avevo fatto una interessantissima chiacchierata, che mi aveva aiutato a comprendere meglio questa band e ad entrare un po’ di più nel loro universo.
Da pochi giorni è uscito il loro secondo disco, intitolato emblematicamente, “Bundytismo”, che il gruppo venderà in versione fisica ma che ha messo anche in streaming integrale su YouTube. Dietro un artwork “smithsiano” particolarmente suggestivo, si cela un paesaggio musicale fortemente maturo e rinnovato, dove le varie influenze risultano maggiormente composite e variegate.
Ho così deciso di chiacchierare nuovamente con Henry Bowers, per provare a dare risposta a tutti gli interrogativi che l’ascolto del suddetto lavoro mi aveva suscitato.
Questa volta però, si è deciso di fare diversamente: abbiamo “conversato”, per così dire, via mail, in modo tale che il pensiero dell’Oscura Combo potesse essere riportato fedelmente e integralmente anche dal punto di vista della forma, eloquio romanesco compreso.
Inutile dire che, ancora una volta, è stato memorabile.

Credo che il più grosso rischio che un gruppo come voi avrebbe potuto correre, fosse un secondo disco inferiore al precedente, complice anche lo svanire dell’effetto sorpresa. Invece siete riusciti a riconfermarvi alla grande. Avete fatto un album molto diverso dal precedente, pur tenendo invariati gli stilemi di fondo. In particolare, mi sembra che ci sia meno l’impronta Wave ma che sia aumentato paradossalmente il ruolo della tastiera, usata più al servizio di basi elettroniche, quasi da Kraut Rock (passami il paragone) oppure a cose più marcatamente anni ’80 (certi tastieroni mi hanno fatto pensare agli Air). Contemporaneamente però, avete, mi pare, aumentato il ruolo delle chitarre. Ma forse è meglio che mi parli tu del disco, di come avete lavorato ed in che modo lo senti diverso dal precedente…
Io lo considero coatto wave al cento per cento. E superiore al primo da tutto il punto di vista della produzione e qui se ringrazia Peter Spandau, mago del tunz tunz e della stratificazione nonché bassista irrefrenabile (le parti de basso le ha suonate lui) che però se non lo freni, parti dal concetto wave e te ritrovi co’ le congas e i cori russi… Certo, poi è naturale che è meglio del primo, il primo, come detto, non ci abbiamo lavorato molto: tre ore a traccia, senza mai ritornare su un pezzo per più di un quarto d’ora. C’ho il rammarico per quell’album lì, poteva essere molto molto meglio. Da un punto di vista musicale non ci siamo ancora espressi, perché a disposizione avevamo pochissimo pure per quest’album, solo un microbrute e tanti plugin (che non rispondono). 

E’ tutto un plugin che non risponde, lo sappiamo…
Quando potrò utilizzare un baritono, un ms-20 e un tizio co’ la viola allora avrò avuto tutto quello che mi occorre per far esprimere l’Oscura Combo Romana. Se fa’ pe’ di’ e pe’ fa’ capi’…

Sbaglio o in generale si tratta di un disco meno cupo? Almeno in linea generale eh… 
Per nulla meno cupo. E’ drammaticissimo. E’ solo più efficace e sparato e questo lo rende più leggero.

Non avete rinunciato all’immaginario serial killer, però rispetto al primo disco è meno presente. Scelta voluta? Desiderio di allargare gli orizzonti e di parlare anche di altre cose?
Una cosa spontanea. Cioè non è che posso sta a cita’ tutti i serial killer, poi va fini’ che devi parla’ de Richard Ramirez e a me lui sta antipatico di molto. Ho tanto che mi ispira, e anche nel primo album i serial killer facevano da sfondo/spalla a qualcos’altro. Un malessere saldo e profondo nella Roma Est mia eterna prigione d’angoscia che però ormai ce l’ho dentro, in circolo, dovunque me trovo.

E’ stato diverso il modo di scrivere i pezzi e registrare? Come vi siete mossi?
Stessa maniera. I testi vagano nella mia testa ma li butto giù di getto il giorno prima che so che andiamo a registrare. La musica la immagino già da prima, è strano dirlo ma è così, solo che per quest’album il duo Spandau/Carcosa c’ha avuto geniali intuizioni. E m’hanno fatto trova’ la tavola apparecchiata spesso.

Siete entrati in studio con la consapevolezza che c’era gente, là fuori, che vi stava aspettando, oppure ve ne siete fregati? (Scusa, questa è la classica domanda da giornalista…)
Ce ne freghiamo sempre, ma stavolta eravamo consapevoli che o facevamo qualcosa di ben fatto oppure era meglio non fare nulla. Dunque abbiamo tenuto conto che c’era qualcuno che c’aspettava.

Ma che cosa ti ha fatto Johnny Marr? A parte gli scherzi, il brano di apertura è magnifico. Ma fammi capire meglio il senso di questa ostilità… 
HA FATTO SCIOGLIERE GLI SMITHS.

Beh, se la metti giù in quest’ottica allora sta sulle palle anche a me… e pure tanto!
Sempre sul primo pezzo: cos’è che odi di più: Roma in sé come città, come luogo in cui vivere, o ciò che questa città rappresenta per la cultura di massa?
Amo Roma. Ma è lì che abito, e lì che soffro e de conseguenza e lì che sbrocco. Perciò se sono nervoso non avrebbe senso cantare “vojo sona’ l’arpa come Gengis Khan mentre Samarcanda brucia”, che poi l’ho buttata là perché non lo so se Gengis è passato da quelle parti, ma lui comunque ha girato. Un vero globetrotter.

 

Si credo proprio che sia passato anche da Samarcanda… senti, ma lo sai che ormai la tesi di Nerone che suona l’arpa guardando Roma bruciare è superata, vero? Anzi, pare proprio che lui con quell’incendio non c’entrasse proprio nulla…
Io credo a tutto ciò che è sensazionalistico e rifiuto le tesi dei tizi con la laurea che vanno a fare gli scavi e cercano di comprovare togliendo suggestione al folcore. Detto tra noi, ma è più fico un mondo dove se c’è la luna piena te devi guarda’ attorno perché esistono i lupi mannari, oppure un tedioso mondo dove la notte accadono le solite cose: pessimi margarita, gente che passa co’ lo stereo alto e poi sterza bruscamente, cornetti.

Ah guarda, detta così non fa una grinza! Andiamo avanti coi pezzi: davvero geniale l’idea di inserire Eva Riccobono in un brano. Mi spieghi com’è nata la cosa? Ma è vero che lei ha sentito il pezzo e che le è piaciuto?
Io sono una persona molto riservata che non fa le cose per un interesse di fondo, perciò se Eva ha sentito o non ha sentito la canzone io non lo dico. E non dico se lo so o non lo so perché non la conosco. Posso giusto intuirlo. Ma coi social è un delirio interpretare i codici da social che c’hanno le celebrità. UN DELIRIO. La storia della canzone già l’ho rivelata sulla nostra pagina facebook ed è abbastanza lunga. Ma comunque la Siderale Bellezza Upper Class è qualcosa che crea lacuna e languore, cioè i soldi se possono (ponno) fa’ ma a Eva Riccobono nun ce puoi arriva’. Mo ce faccio una maglia quasi quasi…

Che legame vedi tra il chiodo (tra l’altro, è un capo d’abbigliamento di cui non sentivo parlare da 50 anni…) e disadattamento?
Il chiodo non passa mai di moda. Questa comunque è l’ultima canzone che ho scritto, non doveva neanche stare nell’album. Bada bene ai passaggi. Camminavo a Via Del Corso con in tasca mille euro su per giù, che mi servivano a ben altro. BEN ALTRO. Non perderti i passaggi. Vedo questo bellissimo chiodo esposto in vetrina e dico, bugiardo: “Entro e me lo provo SOLTANTO.”. Appena provato, una ragazza straniera, una cliente, mi sorride e dice: “Very nice”, che so’ forse le uniche parole che conosco di inglese. Che te lo dico a fare. Lì prende e parte lo sperpero. Poi da disadattato, ho dovuto rimediare i soldi per quel BEN ALTRO a cui mi riferivo all’inizio.

Avete dedicato un pezzo anche ad Alain Delon: mi spieghi meglio questa cosa che dici nel ritornello, per cui nei miti dell’occidente non c’è traccia di borghesismo?
Alain Delon è stato uno dei più grandi attori di sempre. Il più fico indubbiamente. Era il postpunk fatto cinema quando Peter Murphy stava ancora col bricco del latte alla ricreazione. Non a caso ha incarnato il genere Polar. Lui era un cameriere, un militare, un disoccupato senza dimora che sfruttava le prostitute (unico caso in cui le prostitute pagano te e te se liticano, l’ho visto su un documentario attendibile). Era tutto questo prima di essere l’icona che è oggi. Non è stato mai borghese né prima né dopo. Visto che Alain Delon è una icona mi sembrava giusto ricordare anche questo aspetto della sua vita. Eppoi comunque è uno dei miei sedici eroi contemporanei (un giorno vi darò la lista per intero).

Trovo che il riff della title track sia veramente efficace. Ma in generale trovo le chitarre migliori rispetto al primo disco. Mi spieghi com’è nato questo particolare riff? E perché di questo brano avete inserito anche una versione strumentale? 
Adesso qui se celebra Abacab Carcosa, questo punk inconsapevole, genio delle arti, questo Belushi de Roma Est. Io ho solamente detto come doveva essere la struttura della traccia. Abacab, che è un genio, ha fatto quello che puoi ascoltare (tutte le linee melodiche) in una oretta. E io che dicevo: “Sicuro che nun stamo a plagia’? Suonano troppo bene?!”. Lui è così, è un personaggio noto in tutto il quartiere, dà lezioni de chitarra a gratis, ha insegnato a fa’ cinema a tanta’ gente che oggi ce lavora nel cinema e peccato che non lo chiamano mai per una giornata di lavoro. Sai, ‘ste cose. E io so che è un genio, uno forte, ho dovuto soltanto dargli il progetto giusto. C’ho sempre avuto fiducia sulle sue qualità e infatti su ‘st’album quando non dormiva PERCHE’ AVEVA FATTO BAGORDI, ha fatto la differenza. Ma lui sa comporre anche. Poi merito sempre pure a Peter Spandau che ha saputo far suonare bene sempre tutto quello che se tirava fuori.

Ma tutte queste donne di cui canti in “Bundytismo” sono vere? Ho trovato splendido il legame tra titolo e testo (che cita il serial killer Ted Bundy NDA). Non hai paura però che succeda un putiferio, se qualcuno se ne accorge?
Intanto prima devi essere famoso e poi qualcuno semmai si incazza. Io faccio quello che faccio perché sono stanco di questo costume basato su quello nun se può di’, questo nun se può fa’, quando noi italiani siamo sempre stati iperbolici, basta pensa’ alle canzoni de Jo Squillo, ma a tutti gli anni ottanta come ho sempre detto, o alle canzoni della Ferri e Califano. E poi io faccio arte a Roma Est e voglio bene solo a Raffaella Carrà, che detto così sembra che non voglia dire un cazzo, ma invece sottolinea che c’è anche una accettazione del dramma finale, dello svegliarsi fra dieci anni col sapore del fallimento totale. E allora io in questo percorso mi esprimo come meglio credo, perché se reputo una forma idonea, che funziona di più, la utilizzo. Solo così puoi sperare di fare qualcosa di buono. Sul testo non mi esprimo. Lascio il dubbio.

L’altra volta non abbiamo mai avuto occasione di parlare di Brian Ferry. Forse questo può essere il momento giusto, visto che è anche lui citato in questa stessa song… 
E che c’è da dire su Bryan Ferry. E’ l’assoluto. Ci devo fare un trattato sopra, non posso liquidarlo brevemente. Comunque è uno dei miei sedici eroi contemporanei, un giorno pubblicherò la lista per intero. E’ uno dei tre più influenti. Gli voglio un bene che neanche la sua tata. C’era un periodo di tanto tempo fa che vestivo sempre elegantissimo per colpa sua, e la gente che magari me incrociava al bar che beveva un amaro o grattava la sorte su quei foglietti lì che ti stuzzicano con l’azzardo (non dico il nome sennò sembra pubblicità), avrà pensato: “…ma ‘ndo’ cazzo va questo?! Sempre a cresime e matrimoni…”. La gente è troppo curiosa.

Sai che probabilmente sei l’unico musicista al mondo ad aver citato Andrea Sperelli in un testo? Come ci si sente?
Io lo amo quel romanzo lì, “Il piacere”. E’ il disagio massimo. La Dolce Vita ancora più decadente del secolo precedente. Andrea Sperelli è un personaggio fichissimo ed un vessato dalla natura, si lega molto a un passaggio di un’altra canzone dell’altro album che è Serialità. Quando dico “veniamo al mondo già truffati/non c’è nessun libero arbitrio/siamo sapientemente dominati/dalle oppressive forze della natura.”.

Ma sono proprio l’unico stronzo a non sapere che cazzo siano i Soko Socks? In generale, mi spieghi meglio il legame che c’è tra il titolo e i frammenti narrativi evocati nelle strofe? 
Ci sono tre tipi di bellezza, la bellezza che vuoi possedere, la bellezza che vuoi contemplare, e la bellezza che vuoi preservare. Soko (che è una cantante/attrice/modella) rappresenta per me la bellezza che vuoi preservare, che è poi la bellezza più imponente e importante perché non egoistica e nobilita anche te che ne sei strumento di passione. Io sono sempre stato immune ad innamoramenti e cose simili, e adesso c’ho una età che non sono un adolescente che sto lì che mi incanto davanti a una ragazza perché è bella e canta bene, cioè me capitava solo da bambino davanti alla Madonna de True Blue (e Samatha Fox, che balconi che c’aveva…). E ci ho fatto una canzone d’amore malato, perché a me più vado avanti sempre meno emozioni me arrivano e dunque sono grato a chi mi ispira. Certo poi la canzone è scritta nel mio linguaggio, e cioè è basata su un mantra morboso ma che scatena i ricordi di infanzia andati perduti nel primo verso, quando da bambini si inneggiava al numero 9 della Roma cioè Rudi Voeller sulle note de La Notte Vola de Lorella Cuccarini (cosa che tutti quelli nati negli anni ottanta hanno fatto a Roma se erano della Roma), poi c’è nel secondo verso un pittore ottocentesco (Fattori) che si scatena e fa un quadro stupendo, poi nella terza strofa c’è la suggestione verso l’avvenire, anch’essa andata perduta, scatenata dal ruggito di un felino feroce al giardino zoologico, poi c’è la canzone più devastante della storia (Nick Cave – The Mercy Seat) che parla di un tizio sulla sedia elettrica che sta per essere fulminato ingiustamente e lì invece il finale cambia perché Soko fa saltare la corrente, come fa cambiare il finale del film più devastante della storia, cioè C’era Una Volta In America, dove a De Niro è andato tutto storto, e c’è quel frame lì nei titoli di coda, il primo piano di De Niro fatto d’oppio nella fumeria cinese che sta a significare che solo nei momenti di perdizione De Niro sta bene in quel film… ecco, Soko riscrive anche quel finale, perché De Niro si riprende dalla sbornia d’oppio, s’accorge che è ancora giovane, i suoi amici sono ancora vivi, la donna per cui è innamorato è ancora sulla piazza e lui c’ha ancora una vita davanti. Soko capovolge tutti i drammi e scatena belle cose nella canzone. Così fa col mio umore, c’ha la bacchetta magica sulla mia emotività. E’ questa dunque una canzone d’amore, di un amore malato, puro e morboso scritta da un disadattato col chiodo. L’amore è cieco e il buio gli si addice. L’arrangiamento invece parte mezzo New Order e poi verte in un delirio pirotecnico quasi techno che io, che sono bravissimo a fare giochi di parole nonsense, l’ho definito pirotechno.

Mi ha stupito sentirti citare i Front 242: non era un gruppo che era uscito l’altra volta…
Tutti dovrebbero citare i Front 242. Sono il metro di giudizio. Cioè un calciatore fa un gran goal e uno dovrebbe dire “ma che goal MOLTO Front 242 ha fatto mai questo!?”. Per capirsi e pe’ capisse.

Visto che hai scritto un pezzo su Totti. Hai voglia di lanciarti in un commento sulla stagione della Roma? Che dici?
Mi hai preso dopo pochi giorni dall’ultimo derby ed è meglio cambiare argomento…

Avete usato molto la vostra pagina Facebook dopo l’uscita del primo disco. E lasciatemi dire che l’avete fatto in modo molto interessante e intelligente. Che cosa rappresentano per voi i Social Media?
Io odio i social media: fuorviano, creano confusione, danno modo a tutti di esprimere opinioni autorevoli e interessanti sull’andazzo generale. Detto questo, è l’unico modo per diffondere quello che siamo, che facciamo, che poi noi siamo e facciamo solo ed esclusivamente quello che puoi trovare solo su 03:33, BJLFP aka OCR, 03:33 Basement Roma Est, e la pagina del nostro Cineclub. Né prima né dopo né mentre abbiamo fatto altri progetti o preso parte ad altri progetti. Ci siamo ritrovati in questo scantinato ed oggi è qualcosa di più. Ho sempre voluto cambiare il contesto depressivo che avevo attorno e aver ospitato Tying Tiffany, Andrea Chimenti, i Pankow, Soft Riot e gli Xeno & Oaklander (che so’ andati in fissa co’ Abacab Carcosa, come tutti del resto perché lui trasmette il bene così che non si sa il perché) è stata una grandissima soddisfazione. Potevo farli in un altro posto i concerti, ma non avrebbe avuto senso, non avrei cambiato nulla, invece farli giù da noi, in un contesto depressivo sotto molteplici punti de vista, è stata una grandissima soddisfazione, che me ne frego se neanche ce rientramo delle spese. E qui un ringraziamento a tutti i ragazzi del Basement (Christian, Yuri, Rocco, Emanuele, Abacab, Spandau, er Cinzi che fa il fabbro e il falegname… ce ne sarebbero altri ma poi non la finiamo più…). Tornando al social, è normale che te ce diverti, perché alla fine sono una persona a cui piace l’ironia e scrivere, di conseguenza me riesce normale scrivere le cose di getto. Alle volte pecco/sbaglio perché sono impulsivo. Ma nel complesso credo, come hai ben sottolineato tu, che ne facciamo un buon uso.

Cosa farete ora? Non vi è venuta voglia di suonare un po’ dal vivo? Oppure bisogna davvero pensare che facevate sul serio, quando mesi fa avete dichiarato di volervi sciogliere?
Tutto dipende da me, e io non so quello che farò domani. Certo vorrei fare dei live per divertirmi, ma lì non dipende solo da me. Sai, alle volte me sveglio male, alle volte me sveglio bene. Per fortuna la cosa è ancora a fase alterna, ma la paura è che se me sveglio male sette giorni di fila… Ho imparato solo una cosa: che domani non esiste. Se penso a domani è tutta una suggestione di cose brutte che vanno per il verso sbagliato. Staremo a vedere quello che succede. Vediamo come starò domani.

 

 

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