R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Approcciare un disco come questo richiede una sorta di preparazione preventiva, senza la quale si rischia di non avere accesso al linguaggio complesso di Michael Mantler. L’autore, noto compositore, trombettista, sulla piazza dagli anni ’60, utilizza un contesto tutt’altro che immediato per la sua musica. Anche se la sua origine artistica è inquadrabile nel mondo del jazz, le sue continue aperture verso altri pianeti – note le sue collaborazioni con Robert Wyatt, Jack Bruce, Marianne Faithfull, Peter Blegvad – e verso i mondi paralleli del free-jazz e della musica orchestrale, ne fanno un colto personaggio di assoluta grandezza, il cui avvicinamento richiede la conoscenza della sua sintassi raffinata per superare l’apparente scontrosità della musica. Ha idee peculiari, Mantler, che si basano sul concetto dell’evoluzione continua di una composizione. A lui piace iniziare una cosa nuova da dove aveva appena terminato non girando pagina ma impostando nuovi capitoli in calce. Così ha fatto nella rivisitazione di The Jazz Composer Orchestra del ’68 riproponendolo nel suo Update del 2014, naturalmente modificandone non tanto la struttura di base quanto la vernice estetica, come se avesse dovuto ricomporre gli stessi brani 45 anni dopo. L’aspetto curioso è che questo suo tipo di riscrittura pare sia grosso modo una specie di atteggiamento abitudinario, tanto che in questo ultimo lavoro, Coda, Mantler va a ripescare una serie di incisioni a lui particolarmente care nel periodo che va dal 1975 al 2010, riproponendole con una grossa orchestra di 27 elementi più il direttore Christoph Chec. Tra gli orchestrali, oltre allo stesso compositore naturalmente alla tromba, vi sono alcuni suoi fidati collaboratori come il chitarrista Bjarne Roupè, Maximilian Kanzler al vibrafono e David Helbock al piano. Oltre agli ottoni l’orchestra si completa con sedici archi, tra violini, viole, violoncelli e contrabbassi.

Questo atteggiamento apparentemente enigmatico della rivisitazione dei propri brani non è proprio una novità in assoluto, tanto vero che nell’ambito dell’improvvisazione, soprattutto dal vivo, è praticamente la norma. Ricordo anche che, nell’ambito propriamente jazzistico, esiste il “contrafact”, un artificio compositivo costruito sopra una serie di giri armonici conosciuti che creano così nuovi brani – un esempio famoso fu Ablution di Lennie Tristano costruito sulla sequenza di accordi di All The Things You Are. È comunque insolito reincidere i propri lavori, magari a distanza di anni, sottoponendoli ad una vivace rivisitazione formale come in questo caso. Sarebbe come se i Pink Floyd – o meglio quel che ne resta – per fare un esempio, decidessero di rieditare Atom Heart Mother modificandone l’abito che tutti conosciamo… La musica di Coda, l’avrete intuito, è largamente sinfonica con qualche piccolo spot che riporta a sporadiche tracce di jazz. Mantler è un abile compositore, le sue partiture sono complesse e sostanziose, scritte tenendo conto dell’impronta classica che si è sviluppata dagli anni ’20 fino ai ’40 del novecento in Europa, quindi con Rachmaninov, Stravinskij e Shostakovich su tutti. Importanti sono anche i condizionamenti portati dalle colonne sonore cinematografiche – in effetti, a tratti, si ha l’impressione di ascoltare un lungo commento sonoro di qualche film in b/n del dopoguerra.

Twothirteen Suite inizia subito in modo drammatico coi violini a costruire un bordone ostinato su cui altri archi e un pianoforte apparentemente scoordinato preparano il terreno ad un pieno orchestrale che ricorda certi sprazzi di Richard Strauss. La chitarra di Roupè ha una timbrica molto vicina a quella di Terje Rypdal, gelida nelle sue note prolungate e fa capolino come una schiarita d’azzurro in un cielo tumultuoso di nubi. Riprende poi il vorticare dei violini in un teatrale inabissamento di sentimenti dal sapore post-romantico, instaurandosi successivamente un dialogo serrato tra archi e pianoforte, quest’ultimo carico di dissonanze misteriose. La fine di questa prima suite è affidata agli ottoni, soprattutto ai corni e al trombone, prima della ricomparsa delle note tirate della chitarra che chiude, in controcanto con la tromba di Mantler questa prima composizione. Folly Suite non disinnesca il clima un po’ angoscioso fin qui venutosi a creare, anzi, l’inizio sembra una soundtrack di un film di Hitchcock. Però poi la comparsa della tromba impone un mutamento di direzione che ci ricorda la provenienza jazzistica di Mantler. L’attacco di questo fiato ha la poesia transitoria di un Chet Baker e contribuisce ad acquietare il clima, rarefacendosi in una rete più rilassata sostenuta dall’oboe, dai clarinetti e dal flauto. L’atmosfera resta distopica, spiazzante, nonostante non vi sia l’incalzante respiro orchestrale avvertito nel primo brano. L’assetto drammatico incombe in un crescendo finale, pieno di dissonanze, che ripropone il tema iniziale, anche se apparentemente in una diversa tonalità.

Alien Suite esordisce subito con un dialogo tra chitarra ed archi a cui segue la presenza della tromba. Qui possiamo ascoltare le calde sfumature timbriche dello strumento di Mantler ed apprezzare il maggior spazio concesso a Roupè che tratteggia un paesaggio di antica immobilità. Tutto questo fino al volo improvviso del flauto precedente una sequenza di fiati che mi ha ricordato Prokofiev. Il pianoforte di Helbock sottolinea il sottile senso di disagio che attraversa la traccia, prima di un bell’intreccio tra flauto ed oboe, uno dei momenti più interessanti dell’album. In chiusura si avverte qualche reminescenza morriconiana, a rimarcare una volta in più l’impressione che avvicina questa musica con la struttura di una colonna sonora. Cerco Suite si rifà all’album Cerco un Paese Innocente che Mantler fece uscire nel’95 meditando sui versi del poeta Ungaretti. Si conferma la lotta interiore che struttura questa musica, dove una certa tendenza all’oscurità si oppone ad una forza contraria di uguale intensità che spinge ad allontanare le nubi, cercando di raggiungere una difficile chiarità d’animo. Annotiamo in questo frangente il ruolo prevalente dell’orchestra nel suo insieme, all’inizio con qualche esposizione chitarristica e del piano, ben presto entrambe rintuzzate dall’intervento della tromba e del clarino. È proprio l’insieme orchestrale, sia con gli ostinati degli archi, sia con le antifone tra tromba e gli altri fiati, a costituire il motivo più interessante di questo brano. L’assetto melodico alleggerisce il clima sempre un po’ “tragico” che fluisce per tutto l’album. Bellissima la chiusura dell’oboe, tracciata da una forte malinconia di fondo. Hideseek suite si propone con gli archi che innescano una serie di intervalli ripetuti di seconda minore su cui interviene la chitarra con le sue note spaziate. L’oboe che aveva appena chiuso la suite precedente si riaffaccia col suo andamento nostalgico, prima che l’orchestra riprenda i suoi motivi d’inquietudine alternati a numerose pause silenziose. Quest’ultima suite ha un aspetto molto discontinuo che non annovero tra le mie preferenze e non nascondo di aver provato qualche momento di noia durante il suo sviluppo.

Che dire a commento finale? Si tratta di un lavoro complessivamente per “iniziati”, nel senso che chi non apprezza la musica sinfonica del novecento farebbe meglio a tenersi distante da Coda. Non si aspettino i jazzofili più puri di trovare qui motivo precipuo di ascolto. Si attraversa invece l’ambito di una partitura corposa, spesso contrassegnata da toni un po’ sinistri e drammatici, ma la concretezza di quest’opera la si percepisce nella chiara distribuzione dei ruoli strumentali, nell’espressione ben attenzionata al complessivo assetto formale, cui non manca, per fortuna, un adeguato contenuto valoriale.


Tracklist:
01. TwoThirteen Suite
02. Folly Suite
03. Alien Suite
04. Cerco Suite
05. HideSeek Suite